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Pasquale Claudio Locatelli: il gioco dell’oca per un re del narcotraffico

781cb182498e46d3c2b2d873eb5dbb92-2Come nel gioco dell’oca, a volte si è obbligati a ricominciare da dove tutto era iniziato. Tornare indietro, perdere tutto, ripartire. Succede a molti, soprattutto a chi di strada ne ha fatta parecchia. Fin troppa. Per Pasquale Claudio Locatelli, conosciuto anche come «Mario di Madrid» o «Diabolik», quel giorno è arrivato. Un nome quasi anonimo, eppure estremamente pesante. Come le tonnellate di droga spostate da una parte all’altra del globo, per intenderci.

Pesante ma quasi sconosciuto, appunto. D’altronde, là dove tutto è iniziato, in Bergamasca, ai piedi della valle Imagna, quel cognome passa inosservato, diffuso com’è. E poi, si sa, certe cose sembrano sempre succedere «lontano», paiono distanti ed estranee. Ma quel Locatelli non è uno dei tanti: è l’«eroe dei due mondi» del narcotraffico. E ora, dopo una «carriera» iniziata all’ombra delle Mura venete e proseguita attraverso oceani, prigioni, continenti diversi, quel Locatelli è tornato «a casa». Estradato, per l’esattezza: il 7 agosto è stato rimpatriato in Italia dalla Spagna per scontare una condanna definitiva a 26 anni di carcere emessa dal Tribunale di Milano per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti.

L’inizio di un romanzo criminale
Si parte dalla fine, ma questa è una storia che va raccontata dall’inizio. Una vicenda emblematica, significativa, intensa. Locatelli nasce nel 1952 ad Almenno San Bartolomeo, paesino della provincia orobica: terra di lavoratori, dice la vulgata. Alcuni un po’ particolari, verrebbe spontaneo sentenziare riavvolgendo il nastro della vita di questo Locatelli. Gli studi interrotti presto (dopo la quinta elementare), il lavoro col padre falegname, gli anni trascorsi tra Ponte San Pietro, Brembate Sopra e Curno. E fin qui, niente di particolare. Già allora, tuttavia, s’intravedono i segni che qualcosa, nel suo destino, sta già per cambiare: una personalità spiccata, il carisma da leader, il desiderio intenso della ricchezza che anche a Bergamo – nella «provincia bianca» per eccellenza – è scoppiato con l’avvento del consumismo. Inizia «dal basso», la sua «carriera».

All’incipit degli anni Ottanta, uno dei primi arresti: secondo le carte dell’epoca, è a capo della «banda delle Mercedes», gruppuscolo di bergamaschi (finisce in manette anche il fratello) dedito alla commissione di furti di auto di grossa cilindrata, con la conseguente falsificazione di documenti e targhe e infine la rivendita, tanto in Italia che all’estero. Quisquilie, in fondo, se paragonate ai capitoli successivi del suo romanzo criminale.

Da Bergamo alla Costa Azzurra
Ma c’è qualcosa di più redditizio delle auto rubate: la droga, ovviamente. Bergamo gli sta stretta, Locatelli sceglie di «emigrare» in Costa Azzurra. Coincidenze: negli stessi anni in cui «Mario» si trasferisce in Francia per motivi di «lavoro», propria a Rota Imagna, in quella dolce valle ai cui piedi Locatelli è diventato uomo, il potentissimo clan Sergi mette a punto – grazie al fondamentale connubio con Roberto Pannunzi, figura fondamentale nelle dinamiche del narcotraffico globale paragonata da Roberto Saviano proprio a Locatelli – la costruzione della più grande raffineria di eroina del Nord Italia.

Nel 1989, le manette scattano nuovamente ai polsi di Locatelli: nel marzo di quell’anno, nella sua villa di Saint-Raphaël, la gendarmeria francese trova quaranta chili di cocaina. Sulla Côte d’Azur, comunque, non è il solo italiano a incidere nelle trame mondiali della droga: solo nei primi mesi del 1989, le autorità francesi mettono le mani su quasi 500 chili di coca e cinque tonnellate di hashish. A gestirle c’è tutta la pluralità delle organizzazioni criminali italiane, ma soprattutto la camorra. In particolare, è Michele Zaza – nome di spicco del clan Mazzarella – a tirare le fila dei traffici della mafia napoletana in quello spicchio di Francia; e anni dopo, il nome di Locatelli sarà affiancato proprio a quello del clan Mazzarella.

La prigionia di «Diabolik» dura poco: qualche tempo dietro le sbarre poi, durante un trasferimento dal carcere di Grasse all’ospedale (si era rotto un braccio), il 2 settembre tre uomini assaltano il cellulare della polizia francese e liberano Locatelli. La nuova tappa del suo peregrinare criminale lo porta in Spagna. Dove diventa a tutti gli effetti «Mario di Madrid».

Mario di Madrid
È nella penisola iberica che Locatelli si afferma pienamente. Resta un «libero battitore», non è affiliato ad alcuna organizzazione ma collabora con tutti: la camorra, la ‘ndrangheta, la Sacra corona unita e persino vecchi reduci della Banda della Magliana vengono affiancati al suo nome. L’affidabilità è la sua forza, i legami con il cartello di Medellín e Pablo Escobar la sicurezza. Per collegare i «due mondi» del narcotraffico, il Sudamerica dove si produce e l’Europa dove si consuma, «Mario» mette insieme una vera e propria flotta navale che gravita attorno a Gibilterra; come se non bastasse, annoteranno gli inquirenti tempo dopo, posa le mani su alcuni istituti di credito, gestendo una banca a Zagabria e controllando la «Cassa Rurale di Ostuni», e investe anche nel mattone. La struttura della sua «impresa» è snella ma funzionale. In Zero Zero Zero, Saviano annota con chiarezza: «Famiglia stretta e uomini a libro paga da tenere sotto perenne pressione e controllo, gerarchie blindate, omertà. L’impresa bergamasca, pur senza avere alla base alcun legame storico, va sempre più assumendo i tratti dell’organizzazione mafiosa e con questo ne acquista anche la vincente impermeabilità».

Sfugge agli inquirenti di tutto il mondo fino al 1994. Poi, a settembre, cade nella trappola. Un lavoro lungo, certosino, quasi fantascientifico, messo in piedi anche grazie al coordinamento tra diverse autorità investigative. Indagini tra Stati Uniti, Spagna, Italia. Infiltrati, intercettazioni, rischi sempre altissimi. Addirittura, una finta banca creata appositamente in un paradiso fiscale. L’operazione «Dinero» permette alla Dea, l’élite antidroga statunitense, di arrestare «Diabolik» (che in quel momento ha sulle spalle due condanne da dieci e vent’anni inflittegli in Francia); il «contorno»: 30 milioni di dollari in contanti sequestrati, quattro navi con i sigilli e persino delle opere d’arte di indiscusso valore (un Rubens e un Picasso, ad esempio) recuperate dalla polizia. Ma la sua biografia (parzialmente interpretata nel 2013 da Riccardo Scamarcio nel film francese Gibraltar) segnerà altre tappe.

Corsi e ricorsi, tessere nel mosaico
Tutto (ri)torna. Dopo le manette in Spagna, presto Locatelli è rispedito in Francia. Ancora a Grasse, là da dove era fuggito nel 1989. Quando nel 1998 segue nel tribunale francese l’udienza che lo vede condannato a 18 anni di reclusione, le misure di sicurezza orchestrate dalle forze dell’ordine transalpine sono a dir poco imponenti: decine e decine di agenti a scortare il trasferimento dal carcere al Palazzo di giustizia, un elicottero con tiratori scelti a sorvolare l’area, una dozzina di agenti armati di mitra all’interno dell’aula. Nel 2004 viene invece estradato a Napoli: incredibilmente, di lì a poco la Cassazione lo scarcera. Locatelli non perde tempo, vola in Spagna; nel maggio del 2006, ad Alicante, è sorpreso con passaporto sloveno e 77mila euro in contanti, ma nuovamente un vizio di forma lo rimette a piede libero. Nel 2010, infine, gli uomini della Guardia di Finanza lo catturano per l’ennesima volta in Spagna. Seguono i soliti rimpalli burocratici, e per l’estradizione «definitiva» tocca attendere i nostri giorni. In mezzo, tuttavia, Locatelli resta una figura fondamentale per capire il funzionamento del narcotraffico mondiale.

Tocca fare un passo indietro. È il 4 marzo 2008: una soffiata porta i carabinieri di Villa d’Almè, altro paesino bergamasco, a sequestrare la bellezza di 917 chili di hashish all’interno di un furgone in un garage del capoluogo orobico. Di chi è quel box? Ecco un altro tassello che complica – o forse paradossalmente lo rende più chiaro – il mosaico: è di Gianfranco Benigni, ex sottoufficiale del Ros di Bergamo, quello stesso raggruppamento dell’Arma (successivamente la sezione orobica è stata sciolta) già finito sotto processo per presunte irregolarità in diverse operazioni antidroga (col coinvolgimento anche dell’ex generale Giampaolo Ganzer, condannato in Appello e in attesa della Cassazione). Per l’hashish nel box, Benigni ha patteggiato tre anni e otto mesi. Ma c’è di più, ovviamente: la regia del carico, partito dalla Spagna e destinato a giungere (in parte) anche a Napoli, sarebbe stata gestita – secondo gli inquirenti – da Locatelli, col coinvolgimento anche della compagna Loredana Ferraro, del fratello di lei Dario e di alcuni francesi. Di più: nel 2011 Benigni finisce nuovamente dietro le sbarre, questa volta arrestato dal Gruppo operativo antidroga della Guardia di Finanza di Napoli. Il motivo? Secondo la Dda di Napoli, tra 2005 e 2006 Benigni sarebbe stato contattato da «Mario di Madrid» sino a diventarne uno stretto collaboratore: il compito inizialmente sarebbe stato semplice e secondario, giusto avere qualche contatto con gli ex colleghi, annusare l’aria in cerca di inchieste «calde» sul conto di «Mario»; col tempo, guadagnata la fiducia del boss, Benigni sarebbe diventato parte integrante dell’organizzazione, gestendo in prima persona il trasporto dello stupefacente (hashish, in particolare) dalla penisola iberica all’Italia. Lo sfondo dell’affare? Secondo i magistrati antimafia, un accordo tra Locatelli e il clan camorristico Mazzarella. Eccoli, allora, i corsi e i ricorsi della storia del crimine: dalla Costa Azzurra degli anni Ottanta, ai giorni nostri. Da Michele Zaza a Pasquale Claudio Locatelli. Tutto cambia, niente cambia: «Diabolik», pur braccato dalle polizie di mezzo pianeta, resta sempre in primo piano.

O forse sì, qualcosa invece cambia: ora, dopo alcuni anni (di nuovo) nelle prigioni spagnole, «Mario» è rientrato in Italia, a Rebibbia. Deve scontare 26 anni e dire la sua in alcuni processi. Il narcotrafficante dei due mondi è quindi tornato (quasi) a casa, là dove tutto è iniziato, ma con qualcosa di più sulle spalle: almeno un quarto di secolo da passare in carcere. A volte, anche la giustizia vince.

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