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Parma, parlando di legalità con Gian Carlo Caselli

di Francesca Gatti

“Compito della Notte dei Ricercatori è quello non solo di promuovere una giornata di conoscenza degli studi e delle ricerche che l’Università porta avanti durante l’intero anno, ma anche quello di volersi mettere a disposizione del territorio, attraverso la ricerca della verità e della pace, senza le quali lo sviluppo del nostro paese non può progredire”. Con queste parole, il rettore dell’Università degli Studi di Parma Loris Borghi introduce il magistrato Gian Carlo Caselli, protagonista dell’incontro svoltosi nel Palazzo centrale dell’Università, dal titolo “Sulla legalità”.

“Un ospite molto importante”, chiarisce il Professore Antonio D’Aloia, in un momento in cui “la corruzione crea tanti danni al nostro sviluppo”. Della legalità – “intrisa di contenuti, di solidarietà e di doveri” – abbiamo bisogno.

Ma “parlare di legalità è qualcosa di obsoleto”, chiarisce Gian Carlo Caselli, ricordando come il contesto e i valori in cui siamo costantemente immersi contengano “condizionamenti negativi”, che portano a mettere in luce “l’ apparenza, l’ arroganza, la potenza e la violenza”, elementi in contrasto con la cultura della legalità”. Nonostante essa sia “inserita in un contesto piuttosto cupo – fatto di tempi e di costi lunghissimi, incompatibili con la giustizia -, con la legalità si vive meglio, conviene, perchè su questa si può costruire qualcosa di positivo”. Infatti, “ogni recupero della legalità è la chiave giusta per avvicinarsi ad una maggiore giustizia sociale”, spiega Caselli rivolgendosi in particolare agli innumerevoli giovani presenti in sala: “la partita non è persa, si può benissimo giocare e vincere, basta volerlo”.

Infine, torna a parlare di mafie, Caselli, e di economia illegale, data dall’evasione fiscale (che ammonta a 120 miliardi di euro) – “siamo il terzo paese al mondo per evasione fiscale dopo la Turchia e il Messico” – dalla corruzione (60 miliardi di euro) e dall’economia mafiosa (150 miliardi l’anno): se sommassimo insieme questi tre dati, il risultato ottenuto sarebbe di 330 miliardi di euro l’anno, una “montagna di ricchezza rapinata, sottratta, portata via, senza la quale viviamo peggio” e grazie invece alla quale avremmo potuto costruire “un ospedale in più”. Il panorama è desolante, “scoraggia e rende cupo e tetro” l’avvenire, soprattutto dei giovani, le vittime più colpite e, al tempo stesso affascinate – come si evince dalla cronaca delle regioni del sud – dal fascino mafioso, da un’economia parallela con guadagni giganteschi in costante espansione e che si inserisce dappertutto”.

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