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La guerra che stiamo perdendo

Quando ti attaccano a casa tua fa male, malissimo. Ti senti vulnerabile, debole, inerme. Oggi più che mai l’Occidente è questo, un insieme di entità, unite non si sa bene da cosa che si dimena nel buio del terrore portato dal nuovo nemico pubblico numero 1: lo Stato Islamico. Mai più di oggi questa costruzione artificiosa di ciò che siamo “noi” e di ciò che dovrebbe essere “l’altro” si trova in imbarazzo, nuda, di fronte a tanta violenza. La quotidianità sconquassata dall’altro in casa tua. La cosa peggiore del mondo. Oggi, 14 novembre 2015 è iniziata una guerra, è innegabile. Ma non è la guerra dell’Occidente contro l’islamico invasore. Non è la guerra della cultura occidentale e democratica contro quella barbarica del terrorista. È una guerra culturale. Una guerra che sta mietendo più vittime di ogni altra. È la guerra di chi parla senza conoscere, di chi etichetta senza sapere. È la guerra di chi non riesce a distinguere, una battaglia cieca di chi cerca di proteggersi attaccando. La “banalità del linguaggio”, parafrasando Hannah Arendt. Parliamo di tutto senza sapere, ci facciamo portatori di una bandiera senza averla mai tenuta in mano. Siamo politologi, esperti di relazioni internazionali e teologi allo stesso tempo. Resuscitiamo i nostri ricordi delle lezioni di religione che a malapena volevamo frequentare per vestirci da crociati e inneggiare alla guerra. Riabilitiamo mafiocrazie e dittature di ogni genere in nome della “suprema emergenza”, come fece Winston Churchill che iniziò a giustificare i bombardamenti indiscriminati sulle città tedesche (e dunque sui civili) durante la minaccia nazista.

Ci fregiamo di essere portatori di pace e speranza barricati dentro i muri della nostra vita borghese mentre d’estate ci culliamo nel mare macchiato del sangue dei migranti, mentre a qualche chilometro di distanza i mercanti di persone banchettano sui cadaveri di chi scappa dalla morte. Oggi più che mai l’Occidente è inerme di fronte a tutto questo. Si combattono guerre che noi non capiamo, che non vogliamo capire e che dunque finiamo per giustificare. Abbiamo perso il vocabolario per dare il nome alle cose. Il terrorismo. Infido, sicuramente. L’esercizio della violenza meno visibile e più devastante. Lo praticano senza ritegno oggi quelli dello Stato Islamico. O Al Qaeda. Ma nel nostro parziale libro di storia ci dimentichiamo che lo abbiamo praticato noi da sempre. In Italia ce lo ricordiamo bene, ed era un terrorismo di ogni colore che ha profondamente mutato le sorti del nostro paese. Se lo ricorderanno bene gli abitanti delle città bombardante durante la Seconda Guerra Mondiale, era o non era violenza indiscriminata sulla popolazione civile? Se lo ricordano benissimo i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, i cui nonni hanno subito le bombe del più grande atto di terrorismo che la storia novecentesca ricordi. Però andava bene perché c’era la guerra, e perché loro erano i nemici.

Purtroppo è una guerra che stiamo perdendo, quella culturale. Su tutti i fronti. Ed in questi casi non resta che stare in silenzio. Un doveroso silenzio rispettoso delle vittime. Quelle di Parigi. Le vittime della guerra in Siria. Le vittime di tutte le guerre, dei soprusi e delle violenze che ci dimentichiamo di menzionare quando ci facciamo professori e interpreti della realtà che irrimediabilmente ci sfugge. Quindi silenzio. Almeno oggi.

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