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Io non taccio: giornalismo e mafia secondo Giuseppe Baldessarro

di Francesca Gatti

“Questo mestiere lo faccio in fondo, perchè sono convinto ci sia un fondo”. Un fondo, una fine auspicata dallo stesso Falcone al fenomeno mafioso, che da fenomeno umano quale era, avrebbe avuto un principio, un’evoluzione ed una fine. Giuseppe Baldessarro – giornalista storico del Quotidiano della Calabria, ora firma di Repubblica – parla della sua professione, durante l’incontro alla libreria Ubik di Parma per presentare il libro di cui è coautore, “Io non taccio. L’Italia dell’informazione che dà fastidio”, vincitore del Premio Paolo Borsellino 2015. “Il giornalismo si fa, non si racconta. Ho voluto pubblicare questo libro per dare visibilità ai molti nomi contenuti in esso”. L’ha fatto per loro, perchè la “vera risorsa del nostro mestiere è costituita da una fitta rete di giornalisti che collaborano per diversi siti o blog gratuitamente o pagati cinque euro a pezzo” mandandone avanti la realizzazione. Un mestiere che fa parte di “una di quelle cose che si fanno perchè si è uomini, perchè si ha una dignità, un’educazione, per se stessi e per i propri figli”. Una professione dai “pochi onori e dai molti oneri”, un percorso difficile da intraprendere, una strada articolata, che porta ad arricchirsi continuamente, “perchè chi si ferma, chi si siede finisce per innamorarsi solamente di se stesso, e prima di innamorarsi di se stessi ci si deve innamorare di tutto il resto”.

Racconta la ‘ndrangheta, Baldessarro, definendola una “mafia implicita”, che preferisce l’arma della parola – più precisamente delle pressioni – a quella fisica: “ammazzare giornalisti” elevandoli al rango di eroi che diffondono per l’Italia il proprio pensiero, non conviene più, “conviene comprarseli” tramite favori, denaro, o controversie da placare. Un concetto molto forte all’interno di una mafia lungimirante come quella ‘ndranghetista.“Se il giornalista si schiera apertamente contro, viene comprato chi sta più in alto di lui, il redattore, il caporedattore, il direttore del giornale”.

Tocca l’argomento querele e giustizia, lui che da vittime e da carnefici è stato querelato, collezionandone nella sua carriera giornalistica quasi un’ottantina: “ogni querela necessita di soldi e di tempo per potersi difendere. La giustizia italiana dovrebbe – tramite una legge – tutelare quei giornalisti privi di una struttura potente alle spalle”, quegli stessi giornalisti pagati cinque euro a pezzo. Ma forse – si domanda Baldessarro lasciando la frase in sospeso – i giornalisti tenuti a freno fanno un po’ comodo a tutti.

Infine, viene ricordato il processo Aemilia, un processo che è “fondamentale che si svolga qua” perchè i giornali locali lo racconteranno. “Mi sono raccomandato con i ragazzi di Libera affinchè si battano perchè il processo continui qui: in questo territorio c’è ancora tanta strada da fare ed i fenomeni mafiosi sono complessi da capire”, come lunghi e complessi sono i tempi, i processi, le dinamiche. Il fatto che Parma si costituirà parte civile nella fase dibattimentale del processo è un “segnale importante”. E “per le mafie, che sono fatte di segnali – che ricevono e che danno – questo gesto sta a significare: guarda che con noi non puoi discutere”.

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