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Processo Bruno Caccia: la ricerca della verità passa anche da Saverio Morabito

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Le sue confessioni, oltre che su migliaia di pagine di verbali, stanno nero su bianco anche in un libro. In copertina, sotto a quel titolo, «Manager calibro 9», c’è una pistola e c’è pure un telefonino: un modello che oggi è ferrovecchio, antiquariato, soprammobile. Era il 1995, eppure quel testo – scritto dai giornalisti Piero Colaprico e Luca Fazzo – risulta sempre attuale. Anche oggi, in tempi di smartphone e iPhone. Perché tra non molto Saverio Morabito, il «manager calibro 9» che è stato soprattutto manovale (dai primi furti al narcotraffico su scala industriale, passando per gli omicidi) della ’ndrangheta che s’è mangiata un pezzo di Lombardia, tornerà a parlare. In aula, di nuovo nel tribunale di Milano, a oltre vent’anni dal pentimento e dalle maxi-inchieste che ha originato con il suo racconto: insieme ad Angelo Epaminonda, il «Tebano» re delle bische, Morabito sarà chiamato a testimoniare nel processo sull’omicidio di Bruno Caccia, il procuratore capo di Torino assassinato dalla ’ndrangheta il 26 giugno 1983.

Da Platì a Buccinasco
Un lungo viaggio in treno lo conduce dalla sua Platì, Calabria profonda, su fino al Nord, all’età di sette anni e mezzo. È il tramonto degli anni Cinquanta, Morabito finisce a Buccinasco, sud-ovest di Milano, palazzoni che in quegli anni sono meta di chi cerca fortuna. Insieme a chi sogna il riscatto attraverso il lavoro, tuttavia, c’è un mondo criminale che cresce in fretta, fino a colonizzare la cintura di Milano: Buccinasco appunto, poi Corsico, Cesano Boscone. E Trezzano sul Naviglio, dove Cosa nostra ha i suoi affari. Morabito passa dal «Beccaria», il carcere minorile meneghino, inizia con i furti, conosce tutti i ricettatori, fa quindi il salto con le rapine. Arriva poi il tempo di entrare stabilmente nei clan della ‘ndrangheta – anche se Morabito non sarebbe mai stato «ufficialmente» affiliato – che spadroneggiano su Buccinasco e su un’area corposa della Lombardia. Sono gli anni Settanta, c’è la «rivoluzione» dei rapimenti, il primo segnale forte della presenza delle mafie nel Settentrione: «Quando hanno fatto i primi sequestri a Milano per noi è stato come quando gli americani sono sbarcati sulla Luna – ha raccontato Morabito nella sua autobiografia –. Mentre ero in carcere per le rapine, i miei compaesani, che avevano già esperienze di sequestri in Calabria, avevano cominciato anche loro a fare sequestri al Nord. A Bergamo, dove c’era n gruppo di gente di Platì, avevano rapito Mirko Panattoni (all’epoca dei fatti, bambino di sette anni, ndr) e Pierangelo Bolis (il cui riscatto è stato riciclato in Australia, ndr). Poi nel 1975 hanno fatto il loro primo sequestro a Milano. Avevano preso Ferrarini, che era un grosso concessionario di Corsico, e avevano incassato ottocento milioni». Da lì, anche Morabito prende parte a vari rapimenti che si susseguono a lungo, fino a quello di Cesare Casella, poco più che ragazzo, rapito da Pavia a inizio 1988, tenuto prigioniero per qualche tempo a Buccinasco e infine liberato dopo due anni di straziante buio.

L’industria della droga. E il presente
La storia del ragazzo partito da Platì s’incrocia con quella di Turatello ed Epaminonda. Si snoda attraverso diversi omicidi. Si coniuga con i nomi ricorrenti della ‘ndrangheta al Nord: i Sergi, i Papalia, i Barbaro. Lambisce il potere politico: «I Papalia facevano una grossa campagna elettorale, organizzavano cene cui partecipavano i vari pretendenti alle cariche elettive. C’è una foto di una di queste cene che è finita anche sui giornali», ha detto ancora Morabito. A proposito di politica: nei mesi scorsi, la Commissione d’inchiesta parlamentare sul «caso Moro» è giunta alla certezza che in via Fani, il 16 marzo 1978, c’era anche Antonio Nirta, boss di ‘ndrangheta; lo spunto arrivò proprio dalle rivelazioni di Morabito.
E poi c’è la droga. A fiumi. I clan di Buccinasco inondano le strade della Lombardia. Eroina, soprattutto: «Eravamo diventati così potenti da poter impiantare una nostra raffineria di droga nel Bergamasco (a Rota Imagna, ndr). L’idea era venuta a Roberto Pannunzi». Così, nel 1989, in un borgo isolato d’una valle bergamasca, sorge un «laboratorio» che diventa il più grande del Nord Italia. Funziona per un anno, poi – è il maggio 1990 – i carabinieri lo sigillano. Finiscono in manette due «chimici» marsigliesi e pure il cugino di Morabito, Annunziatino Romeo. Arrivano investigatori dal resto d’Europa e anche dagli Usa, perché là, oltre l’Oceano, l’eroina «bergamasca» sarebbe stata scambiata – tramite gli «agganci» di Roberto Pannunzi – con della cocaina. Le indagini sono veloci: a settembre 1990, Saverio Morabito finisce in manette.
Poco dopo, sceglie di collaborare con la giustizia. Si confessa ad Alberto Nobili, magistrato milanese: le sue parole danno vita a un’operazione vastissima, «Nord-Sud», colpo durissimo per i clan attorno a Milano. Centinaia di arresti, pioggia di condanne. Colpo duro, ma non decisivo: ancora oggi, quel pezzo di provincia resta ad alto rischio. Nelle scorse settimane, Maria Ferrucci , ex sindaca di Corsico in prima fila nella lotta alla criminalità organizzata, ha ricevuto minacce pesantissime in Consiglio comunale per aver chiesto chiarimenti su una «sagra» in odore di ‘ndrangheta. Certe storie, in fondo, non sembrano mai finire. Saverio Morabito, forse, ha ancora qualcosa da raccontare.

(la prima parte su Angelo Epaminonda è consultabile a questo link)

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