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Messico, 10 anni di narcoguerra

Sono trascorsi 10 anni quando l’11 dicembre 2006 Felipe Calderón inaugurò la guerra al narcotraffico. Oggi il Messico è dilaniato da un conflitto che sembra non avere fine. Cartelli della droga, polizie municipali, statali e federali, Esercito, Marina, autodifese armate. Gli attori del conflitto sono numerosi e hanno fatto piombare il Paese in una crisi umanitaria senza precedenti. Il Messico è oggi secondo solo dopo la Siria per numero di morti ammazzati a causa di conflitti armati (circa 15 mila tra gennaio e settembre 2016). Cosa non ha funzionato nella strategia di contrasto al narcotraffico? Entrato in carica solo dieci giorni prima quel fatidico giorno, l’ex presidente Calderón decise di avviare l’Operativo Conjunto Michoacán, la prima grande operazione del nuovo governo contro i cartelli della droga. Esercito e Marina sarebbero diventate, a partire da quel momento, le punte di diamante del governo federale per contrastare il potere criminale dei narcotrafficanti. Il massiccio dispiegamento dei militari in operazioni antidroga, orientate alla decapitazione della leadership dei cartelli (la cosiddetta kingpin strategy), si concretizzò proprio con la militarizzazione di zone ritenute emergenziali dal punto di vista della sicurezza pubblica. Presupposto fondamentale di questo più ampio coinvolgimento fu la considerazione che le forze di sicurezza locali (polizie municipali e statali) non fossero ritenute idonee a fronteggiare il potere corruttivo dei narcotrafficanti e proprio per questo sostituite da ex ufficiali dell’esercito. Altro caposaldo delle politiche del presidente fu la stretta cooperazione con la Casa Bianca, sempre attenta alle questioni messicane legate alla sicurezza. Attraverso il Piano Mérida, avviato nel 2008, gli Stati Uniti iniziarono a donare al governo messicano armi e mezzi all’avanguardia per fronteggiare i gruppi criminali (si stima che dal 2008 a oggi il valore di tali aiuti ammonti a circa 2,5 miliardi di dollari).

Tuttavia, la decisione di militarizzare le politiche antidroga in Messico ha provocato una serie di effetti perversi. Gli arresti dei più importanti narcotrafficanti, seppur doverosi, hanno innescato processi di frammentazione dei gruppi criminali, che senza leadership, hanno cominciato a lottare al proprio interno per la successione. Nel 2006 erano quattro i grandi cartelli della droga: il cartello di Sinaloa, guidato dal El Chapo Guzmán, il cartello di Juárez, quello di Tijuana e il cartello del Golfo alleato con Los Zetas. Successivamente il panorama si è frammentato intensamente. Oggi si scontrano almeno 9 grandi cartelli (si sono aggiunti La Familia Michoacana, nata proprio sul finire del 2006, Los Caballeros Templarios, il cartello dei Beltrán Leyva e quello di Jalisco Nueva Generación) e circa 40 gruppi minori, sempre più violenti e spregiudicati. L’impatto sul panorama criminale è viaggiato di pari passo a quello relativo alla tutela dei diritti umani. L’esercito incaricato di svolgere mansioni di sicurezza pubblica ha determinato da una parte la moltiplicazione dei conflitti armati tra Stato e narcotrafficanti e dall’altra ha generato un aumento esponenziale di maltrattamenti, abusi e casi di tortura ai danni della popolazione civile. Dal 2006, la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH) ha ricevuto circa 9 mila denunce contro elementi delle forze armate. È utile ricordare che, in base alla Costituzione messicana, l’utilizzo dei militari in ambito civile dovrebbe essere giustificato da un dichiarato stato di emergenza. Agli scontri per il controllo del territorio da parte di gruppi criminali rivali si sono dunque aggiunti i conflitti tra le forze dello Stato e i narcotrafficanti. Specialmente in alcune zone del Messico si assiste alla paradossale guerra tra gruppi criminali appoggiati da forze di sicurezza differenti (polizie locali, federali, esercito), spesso corrotte e cooptate direttamente tra le fila dei cartelli in disputa. In questa drammatica cornice, all’interno della quale la stragrande maggioranza dei diritti fondamentali sono violati, a pagare il prezzo più alto sono i cittadini. L’approccio militarista alla guerra alla droga, perseguito anche dall’amministrazione di Enrique Peña Nieto, entrato in carica il 1° dicembre 2012, non è mai stato accompagnato da un contorno di riforme e politiche sociali mirate, elemento questo che ha contribuito a demolire il tessuto sociale del Paese.

Le cifre più terrificanti riguardano gli omicidi dolosi. Dal 2007 al 2015, due fonti ufficiali, l’INEGI-Istituto Nacional de Estadìstica y Geografìa– e il Sistema Nazionale di Sicurezza Pubblica, riportano rispettivamente 185.448 e 155.803 omicidi dolosi. Circa un omicidio su due è direttamente riconducibile al narcotraffico. Un altro dramma riguarda il numero dei casi di sparizione e sparizione forzata. Il Registro Nacional del Sistema di Sicurezza Pubblica messicano, a gennaio 2016 ha registrato un totale di 27,638 persone scomparse, desaparecidos, di cui 20,203 uomini (73.1%) e 7,435 donne (26.9%). Dati gli alti tassi di violenza, soprattutto nei luoghi in cui il livello di scontro tra gruppi criminali è più elevato, migliaia di cittadini (la CNDH parla di circa 35.433 mila persone) sono costretti a lasciare forzatamente i propri luoghi natii (i cosiddetti desplazados). Il panorama dei diritti si fa ancora più agghiacciante se si prendono in considerazione le categorie sociali più deboli. In Messico vivono oltre 39 milioni di adolescenti di cui 21 milioni in stato di povertà e 5.1 milioni in condizioni di povertà estrema. Più di sette milioni giovani, i cosiddetti ninis, non studiano e non lavorano (ni estudian e ni trabajan) e dunque si rivelano facile preda dei cartelli, che li integrano fin da giovanissimi nelle loro gerarchie criminali. Anche la libertà di stampa è sotto assedio. La collusione tra autorità statali e narcotrafficanti stringe in una morsa i giornalisti che tentano di fare il proprio mestiere onestamente. Più della metà delle aggressioni avviene per mano di funzionari dello Stato. Almeno 119 giornalisti sono stati uccisi dal 2000 a oggi, e nel solo 2016 ne sono morti 9 (2 in più rispetto alla Siria, paese formalmente in guerra). Inoltre, migliaia di migranti centroamericani che ogni anno attraversano il Messico per raggiungere gli Stati Uniti, sono vittima di soprusi e violenze da parte di criminali e autorità dello Stato. Anche la violenza di genere è un fenomeno preoccupante e sistemico. Nel solo biennio 2012-2013 sono state assassinate circa 4 mila donne, e di questi casi, solo 613 sono stati debitamente investigati (solo l’1,6% dei casi è poi arrivato a sentenza definitiva). Il Messico sembra dunque prendere le sembianze di una gigantesca fossa comune. E lo è letteralmente: fonti della Procura Generale della Repubblica (PGR) rivelano che da febbraio 2007 a gennaio 2016 ne sono state scoperte 224, con circa 681 corpi al loro interno.

Questa lunga lista di tragedie ci consegna un bilancio a dir poco sconvolgente di questi ultimi 10 anni di narcoguerra. Evidentemente l’analisi non può essere semplificata creando un nesso automatico tra le strategie governative di contrasto al narcotraffico e i numeri appena elencati. Tuttavia l’analisi della situazione messicana impone un ripensamento profondo delle politiche antinarcos intraprese dalle amministrazioni di Calderón e Peña Nieto. L’approccio incentrato sul contrasto militare ha messo in secondo piano la necessità di riformare dalle fondamenta l’apparato istituzionale del Paese. Alcuni tentativi riformatori sono esistiti ed esistono tutt’ora, e consistono ad esempio nella creazione di una nuova polizia federale, nel miglioramento dell’apparato di polizia municipale e statale (i cui membri sono ora obbligati a sostenere test d’idoneità) oppure nell’implementazione di un nuovo sistema di giustizia penale. Questi sforzi sono però vanificati dai problemi sistemici relativi ai livelli di violenza, corruzione e impunità che caratterizzano il Paese (solo il 4% dei processi arriva a sentenza definitiva e solamente 3 delitti su 100 sono denunciati dai cittadini). L’eredità di questa guerra è dunque pesantissima, soprattutto in termini di vite umane. Oggi i gruppi criminali lottano più che mai per il dominio di territori, rotte e mercati e la violenza non accenna a diminuire. Anzi, nel 2016 è aumentata rispetto ai tre anni precedenti, soprattutto tenendo conto degli omicidi legati al narcotraffico. In questo contesto sono nate numerose esperienze di resistenza che provano a dare voce ai familiari delle vittime e dei desaparecidos, ai giornalisti sociali, agli attivisti e ai difensori dei diritti umani. La costruzione e la solidificazione di reti con associazioni e ONG internazionali, come già succede ad esempio con Libera o Amnesty International, potrebbe essere la chiave di svolta per portare il conflitto messicano sul tavolo dei governi e dei parlamenti delle grandi potenze occidentali e delle organizzazioni internazionali. Solo attraverso una forte pressione della comunità internazionale il Messico potrebbe voltare definitivamente pagina a uno dei capitoli più tetri della propria storia moderna.

*L’articolo è apparso su www.narcomafie.it il 12/12/2016

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