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Sciascia. Lo scrittore, l’articolo, la polemica. Parte prima.

Quest’ uomo con i suoi occhi piccoli, un po’ a fessura, con la sua faccia grigia e un po’ chiusa, con la sua magia”. Così Giampaolo Pansa ricorda l’incontro con Leonardo Sciascia nell’ottobre 1970, sulle pagine di La Repubblica il 15 gennaio 1987.

Pochi giorni prima, infatti, il celebre e celebrato scrittore siciliano aveva scioccato l’Italia, la Sicilia e Palermo con un articolo, divenuto famigerato nel tempo per il titolo quanto mai provocatorio che ne volle dare il Corriere della Sera, su cui era stato pubblicato: “I professionisti dell’antimafia”.

In quell’articolo, Sciascia – forse non molti lo sapranno o ricorderanno – partiva da un paio di citazioni tratte da due dei suoi più famosi romanzi, “Il giorno della civetta” e “A ciascuno il suo”, per procedere ad un abbozzo di analisi critica di un libro, “La mafia durante il fascismo” di Christopher Duggan, fino a “concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile”.

Da qui il balzo e il legame con l’attualità di allora. La vis polemica dello scrittore che offriva alle ultime battute il vero senso dell’intero discorso, in cui, è bene ricordarlo, non si parlava mai di “professionisti dell’antimafia”, ma che lo farà ricordare proprio per quello. Dapprima l’autore faceva un “vago” riferimento ai vantaggi politici che un agire antimafioso, sentito o calcolato che fosse, potesse dare ad un uomo abile nello sfruttarli per destabilizzare un consiglio comunale o un partito, riferendosi in questo senso direttamente alla Democrazia Cristiana. Quindi faceva esplicitamente richiamo al caso di Paolo Borsellino, promosso Procuratore a Marsala da parte del CSM, scavalcando le normali gerarchie e modus operandi legate all’anzianità, grazie al “prender parte a processi di stampo mafioso”.

Due riferimenti certamente non benevoli e certamente sferzanti, riguardo da un lato le effettive modalità di azione del Consiglio Superiore della Magistratura, dall’altro un “possibile” agire politico. Un taglio che lo scrittore siciliano aveva dato, forse, in virtù della sua abituale rigorosità nei modi di intendere i comportamenti all’interno della Cosa Pubblica; in cui il mancato rispetto rigoroso delle regole era inteso come causa di male e di problemi per l’Italia (e da cui traeva forza vitale la mafia). Questa logica, infatti, risultava poi rintracciabile in un successivo articolo del 26 gennaio, in cui Sciascia affermava di non essersi assolutamente rivolto contro Borsellino, quanto di aver “attaccato invece il modo, il principio che su quel modo veniva a stabilirsi, con cui il Consiglio superiore della magistratura ha proceduto alla sua nomina”. Quindi proprio lo stravolgimento delle regole abituali.

L’articolo creò una profonda frattura nel clima effervescente e di contrasto alla mafia della Palermo di fine anni ottanta. Con i giovani che si mobilitavano. Con i parenti delle vittime che finalmente uscivano dal loro dolore per pretendere giustizia. Con una nuova leva di magistrati decisa fino in fondo a perseguire e colpire secondo la legge un cancro come Cosa Nostra. L’idea stessa che la mafia si potesse affrontare davvero, e forse persino sconfiggere, in tribunale, secondo la legge, era un’idea molto lontana, forse troppo lontana, dalla concezione tipica del siciliano (e forse di Sciascia stesso), dell’ineluttabilità del potere mafioso, del “calati junco ca’ passa la china”.

Fu così che, probabilmente diversamente dalle sue iniziali intenzioni, la penna di Sciascia tracciò una ferita nel cuore e nell’anima di chi affrontava di petto, dopo aver subito terrore e lutti, l’organizzazione criminale in Sicilia. Colui che aveva, nell’ottica di moltissimi giovani di allora, di moltissimi magistrati e uomini delle forze dell’ordine, tracciato le linee guida della moderna lotta alla mafia, come seguire il denaro e i rapporti al di fuori della mafia stessa (“Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. (…) annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso” – da “Il giorno della civetta”); sembrava porsi, quasi improvvisamente, arroccato a difesa di una vecchia mentalità, che non pareva voler lasciare spazio al vento nuovo di una Palermo e di una Sicilia viva e vivace. E di questo fecero poi strumento parecchi uomini “di sistema”, abusando di Sciascia come un’arma dei molti contro i pochi, in una polemica che si protrasse per anni e che, come vedremo, dura ancora oggi.

 

 

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