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Processo Caccia bis: è il turno di Placido Barresi

di Demetrio Villani

Quarta udienza: incominciano le testimonianze richieste dalle parti. In aula Placido Barresi, boss ‘ndranghetista, figura cardine dell’organizzazione criminale negli anni ‘80

È la mattina dell’8 marzo e, in aula decimata dallo sciopero generale, ha luogo la quarta udienza del processo Caccia bis. La corte, presieduta dal giudice Ilio Mannucci, dà inizio al dibattimento leggendo l’ordinanza di accettazione delle richieste testimoniali delle parti.  Da questa risulta l’accoglimento di tutte le testimonianze, orali e documentali, volute dal pm Marcello Tatangelo, mentre, con un certo stupore del legale della parte civile avv. Fabio Repici, vengono respinte parte delle richieste avanzate dai familiari in quanto “riguardanti un altro filone investigativo e non attinenti alla responsabilità dell’imputato Rocco Schirripa”. Chiusa la questione, in seguito ad un breve dibattimento tra le parti, il giudice chiama a testimoniare il boss Placido Barresi.

“Come è stata vista la scelta della dissociazione nel suo ambiente?”. Così il pm inizia un interrogatorio serrato che durerà circa quattro ore, nel quale il boss, oltre ad affermare la sua estraneità rispetto alla pianificazione del delitto Caccia, è portato dalle domande a ricostruire il contesto criminale piemontese dell’epoca, in un intreccio di malavita organizzata, Catanesi e Calabresi, e parti integranti delle istituzioni. Barresi affermerà di essere stato socio, insieme al noto boss ‘ndranghetista Domenico Belfiore, del “Bar Monique”, locale sottostante al Tribunale di Torino, luogo di incontri malavitosi e non solo. Il percorso tracciato dal pm viene però interrotto da un intervento dell’avvocato della difesa, avv. Mauro Anetrini, il quale richiede alla Corte di esprimersi sulla proposta, da lui sollevata, di inutilizzabilità delle testimonianze rese da Barresi nel processo precedente, utilizzate da Tatangelo nel corso dell’interrogatorio al fine di contraddire il teste. Dopo una breve camera di consiglio, la Corte decide per l’utilizzabilità, in quanto il verbale della testimonianza è stato legittimamente acquisito dal pm. Si prosegue con l’interrogatorio.

Tatangelo continua, sulla base delle intercettazioni, con una serie di domande serrate sui rapporti di Barresi con figure di spessore criminale importanti al tempo dell’omicidio del magistrato: Domenico Belfiore, Francesco Miano, Vincenzo Pavia, Giuseppe Belfiore, soffermandosi particolarmente sui rapporti con l’imputato Rocco Schirripa, che risultano saltuari e superficiali. Il pm procede poi ad analizzare la paura del boss che emerge dai colloqui con Belfiore, a suo parere ingiustificata se effettivamente estraneo al delitto e spiegata da Barresi nel timore di perdere il beneficio della semilibertà concessagli nel 2011. Il boss appare visibilmente provato e nervoso, ed in seguito ad una serie di risposte confuse, il pm lo richiama: “Faccia attenzione a non dire troppo cose insensate, lo sa che rischia di tornare all’ergastolo se commette il reato di falsa testimonianza?”. Ristabilito l’ordine, il procuratore si sofferma sul linguaggio criminale del boss, sempre rilevato all’interno delle intercettazioni, giustificato poi da Barresi “Io non sono mafioso, sono un bandito di sinistra, come Vallanzasca: parlo così”; cala poi il gelo in aula alla ricostruzione del passato criminale del teste, il quale si dimostra incerto sul numero di omicidi commesi “dieci, o forse undici, dodici”. Terminate le domande del pm, è il turno dell’avvocato dei familiari di Bruno Caccia.

L’avvocato Repici si limita ad una serie di domande generali, riguardanti i rapporti tra Schirripa e Barresi, cercando poi di ampliare il ragionamento intorno a responsabilità ulteriori attinenti ai mandanti dell’omicidio. La durata eccessiva dell’interrogatorio di Barresi fa rimandare la testimonianza del teste Giuseppe Belfiore all’udienza successiva e si decide di posticipare le domande della difesa di Schirripa al boss, chiamando in aula l’unico testimone oculare della sera dell’omicidio, Luca Fogal.

Il testimone si limita ad una ricostruzione dei fatti della sera del 26 giugno 1983, soffermandosi sul particolare dell’intimidazione subita in seguito agli spari “Ho sentito degli spari, poi la macchina si è fermata davanti a me e ha fatto il simbolo della pistola, simulando di spararmi”. Alle domande dell’avvocato Repici riguardo il riconoscimento dei volti delle persone dentro la macchia, Fogal si definisce impossibilitato a ricordarli dato il tempo passato.

Si riprende l’interrogatorio di Barresi, l’aula ormai è deserta, è il turno della difesa di Schirripa. I due avvocati tentano di portare il dibattito sulla mancanza di rapporto tra Barresi e l’imputato, sottolineando più volte l’estraneità di Schirripa rispetto a quell’ambiente criminale descritto dal boss. Le domande sono maggiormente sconnesse e ormai il teste appare visibilmente provato, si decide di chiudere la testimonianza. Il giudice Mannucci libera le parti e rimanda l’appuntamento a lunedì 13 marzo, giorno della quinta udienza.

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