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Su un treno

Come ogni giorno sono su un treno, su un tipico regionale: in ritardo e con diverse persone in piedi. Chi fa il pendolare lo sa, non c’è cosa più fastidiosa di chi parla al telefono ad alta voce. Amici, lavoro, spesa, famigliari, con naturalezza alcuni passeggeri ci fanno sapere le loro vicissitudini restando impassibili agli sguardi di fastidio che li circondano. Sembra quasi rivendichino il diritto a farlo.
Questa volta uno di loro è in piedi nel corridoio, poco dietro di me. È un uomo di mezza età in jeans, scarponcini gialli e cappellino con la visiera rosso, sul modello di quelli che regalano agli eventi più disparati. Sono diverse le cose che ci tiene a farci sapere, affrontando discorsi che non mi era mai capitato di sentire su un treno.
Anzitutto, ci dice che lui va spesso in Calabria. Nulla di male, se non fosse che l’elenco dei paesi in cui va è, per così dire, ad alta concentrazione mafiosa. La prima chiamata si interrompe ma lui, che nelle ferrovie ci lavora pure (rischiando il posto “perché dico le cose come stanno…che non sono capaci”), non ha finito di intrattenere il vagone. Si scopre così che avrebbe relazioni di parentela con una persona, di cui fa solo il cognome, che è – e qui scandisce per bene e ad alta voce la parola – della ‘ndrangheta. “Si è fatto dodici anni di carcere…non ha problemi a usare le mani. Che poi anche io ho avuto i miei problemi con i tribunali…lo sai che sono pazzo”. Comincia poi a tessere tra loro un insieme di luoghi in cui lavora o che frequenta: Lodi, Varese, Como. Spunta anche la ex pizzeria di Coco Trovato a Lecco, oggi bene confiscato. Insomma, dimostra di avere una conoscenza quantomeno generale di alcune dinamiche.
Si arriva persino a Bergamo con “quel pirla di Richi”. “E Riccardo” – chiede all’interlocutore – “è in galera? Eh all’Atalanta a fare lo scemo. Voleva uscire dai genitori e adesso il Daspo per dieci anni…non lo tiri fuori più…Lo hanno messo a Lodi al domicilio?…io vengo da Lodi e non l’ho visto…”. E la conversazione continua. Si parla di compleanni e di buste. In particolare di una busta che qualcuno avrebbe fatto e che “non la fa nessuno…neanche uno che c’ha i soldi…”. Mette giù, allontana il telefono dall’orecchio ed esclama: una busta da diecimila euro!
Ormai lo sto ascoltando attentamente, e registrando. Incrocio qualche sguardo della signora davanti a sinistra che nei punti più salienti stacca lo sguardo dal suo cellulare. Alla mia destra un ragazzo si è appisolato. Di fronte, invece, un uomo in completo blu gessato, capelli a piazzetta e bianchi come la barba, secondo il quale “alla sua età” (a occhio tra i 55-60 anni) il treno è affaticante e i prossimi giorni si “vizierà” e verrà in auto.
È un altro che parla al telefono. Mezz’ora di treno, tre chiamate. Tra cose personali, c’è anche il lavoro. “Io mi chiedo perché c’è chi ruba una mela e si fa cinque anni di galera, e quello lì, quello lì fa le peggio cose e niente…io chiedo sempre “lo hanno arrestato?”…perché ne combina di cose…”. Mi sembra di capire che lavora nella sanità, un settore che ha più volte richiamato le attenzioni della criminalità in anni recenti (si vedano i rapporti di Cross).
Sono cose vere? Mentono? Vogliono semplicemente farsi belli con gli interlocutori? Non lo so. Quello che più mi preoccupa, però, è la cornice culturale. È La banalità del male. È l’accettazione del crimine come circostanza del vissuto quotidiano. Di più, è l’idea che accorda ai fatti criminali la stessa dignità di discussione (e lo stesso livello di voce) di argomenti della routine, e non per analizzarli, studiarli e sconfiggerli. Ecco che allora forse è ancora più preoccupante se i loro discorsi non riflettono la pura verità nonostante l’aria seria. Così la criminalità viene usata per darsi un tono.
Non solo, l’uomo con il cappello raggiunge un picco in termini di spensieratezza che da un lato fa quasi dubitare della veridicità di ciò che dice mentre dall’altro trasuda impunità. Un concetto così fastidioso per la tenuta sociale, civile e democratica di un Paese.
Il treno si ferma e loro scendono alla stessa fermata, separati. E io passo avanti, ragioniam di lor…

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