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Serbia. Gli intrecci criminali del dopoguerra

di Dusan Desnica

serbia

Fonte: archivi della trasmissione Insajder, B92

A seguito degli accordi di Dayton del ‘95, che sancirono la fine della guerra in Bosnia, la Serbia vide consolidarsi sul proprio territorio il rapporto tra autorità politiche, servizi di sicurezza e crimine organizzato nato nei primi anni ’90.
Durante la guerra infatti questo rapporto si saldò, soprattutto di fronte alla comune gestione del mercato nero e del contrabbando, fondamentale per garantire la sopravvivenza alla popolazione fortemente impoverita ed evitare proteste e ribellioni interne. Nel dopoguerra, invece, gruppi paramilitari come la Guardia Volontaria Serba –  guidata durante il conflitto da Zeljko Raznatovic ‘Arkan’ che reclutava personalmente le sue ‘’Tigri’’ tra gli esponenti più fidati del mondo hooligan e criminale belgradese – confluirono nei servizi di sicurezza dello Stato. Si andò quindi incontro ad una istituzionalizzazione dei gruppi paramilitari che portarono con sé il sistema di rapporti con la criminalità organizzata e allo stesso tempo si misero al servizio del regime di Milosevic. Il leader politico serbo si servì di loro per pedinare o eliminare fisicamente i principali oppositori politici e le figure più scomode al regime.

Il servizio di sicurezza statale (SDB) aveva al suo interno un’unità particolarmente compromessa e vicina al crimine organizzato chiamata unità per le operazioni speciali (JSO), anche nota come Crvene Beretke (Berretti Rossi). Quest’unità fu guidata a partire dal 1999 da Milorad Ulemek ‘Legija’, il quale era stato in passato il vice comandante della Guardia Volontaria Serba di Arkan durante i conflitti dei primi anni ’90. I Berretti rossi potevano contare sulla piena impunità per quanto riguarda i crimini e i traffici da loro compiuti, i quali venivano spesso portati avanti con il pieno consenso dello Stato.

Legija in particolare entrò in contatto negli anni ’90 con le teste del clan di Zemun (Mile Lukovic ‘Kum’ e Dusan Spasojevic ‘Siptar’), gruppo criminale diventato tra i più potenti della regione. Questo sodalizio criminale consentì al clan di Zemun di dedicarsi ad ogni tipo di attività criminale affiancando al traffico di droga estorsioni, rapimenti e omicidi. Inoltre, il clan di Zemun veniva coinvolto nelle operazioni che la JSO compiva su mandato del regime di Milosevic, in particolare per quanto riguarda i rapimenti e le uccisioni.

Uno dei primi sulla lista fu Slavko Curuvija, giornalista molto critico del regime di Milosevic che fu fatto uccidere l’11 aprile 1999, domenica di Pasqua ortodossa. Gli esecutori materiali di questo omicidio non furono però mai scoperti.
Anche il leader del Movimento del Rinnovamento Serbo Vuk Draskovic subì due attentati nell’ottobre del 1999 e nel giugno del 2000. Nella prima occasione venne provocato un incidente stradale nel quale persero la vita quattro persone ma Draskovic si salvò miracolosamente. Draskovic riuscì a sopravvivere anche all’attentato di Budva, dove venne colpito con un’arma da fuoco a distanza ravvicinata. In questi casi fu certa la partecipazione di membri della JSO e anche di Dusan Spasojevic, che partecipò all’attentato di Budva. Per la prima volta, in seguito a questi episodi, i nomi di Spasojevic e Lukovic rimbalzarono sui media nazionali.

Questo periodo culminò con il rapimento e l’eliminazione di Ivan Stambolic, ex presidente della Repubblica Socialista di Serbia, il 25 agosto 2000 su ordine di Milosevic e nel quale furono coinvolti Legija e nuovamente Spasojevic. In questo periodo venne assassinato anche Zeljko Raznatovic ‘Arkan’. La sua morte segnò la fine della pax mafiosa e fu il pretesto ideale per scatenare una serie di omicidi che portarono al regolamento di conti all’interno del mondo criminale, con ovviamente il clan di Zemun nelle vesti di protagonista.

Durante il regime di Milosevic il processo di politicizzazione e militarizzazione della polizia si accompagnò alla crescita del crimine, della corruzione nell’amministrazione dello Stato, della tolleranza delle attività illegali, del vuoto legale e della totale decadenza morale della società. Però, il 24 settembre 2000 Milosevic venne sconfitto alle elezioni presidenziali e, dopo aver inizialmente rifiutato il verdetto, fu costretto a dimettersi in seguito alle sollevazioni popolari culminate in una grande manifestazione di piazza il 5 ottobre 2000. ‘Slobo’ fu accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, consegnato al Tribunale penale internazionale (TPI) per l’ex-Jugoslavia nel 2001 e morì in carcere all’Aja nel 2006, prima che si giungesse a sentenza definitiva.

Nella giornata precedente alla grande manifestazione del 5 ottobre avvenne un incontro segreto tra il leader del partito democratico (DS) Zoran Djindjic e il comandante della JSO Milorad Ulemek ‘Legija’. Quest’ultimo era alla ricerca di una legittimazione che gli permettesse di continuare a svolgere i propri affari criminali in piena libertà. Legija voleva rassicurazioni sul fatto che la JSO non sarebbe stata toccata e prometteva in cambio l’astensione della JSO da qualsiasi tipo di intervento il giorno seguente. Legija fu rassicurato dal leader democratico, il quale voleva innanzitutto che la manifestazione del 5 ottobre si svolgesse in maniera pacifica e senza imprevisti in modo da consentire l’inizio della transizione politica e la nascita di un regime democratico. Tuttavia, una volta divenuto premier il 25 gennaio 2001, Djindjic diede il via ad una serie di provvedimenti che miravano a riformare i servizi di sicurezza dello Stato e a contrastare la criminalità organizzata. Ciò non piacque né ai vertici dei Berretti Rossi né al clan di Zemun, che aveva ormai raggiunto l’apice della sua forza e accumulato un patrimonio immenso. Il gruppo criminale aveva sulla propria busta paga poliziotti, giudici, funzionari, politici in posizioni chiave e, forte del legame con Legija, continuava con le sue attività criminose a pieno regime, tra le quali una serie di rapimenti eccellenti.

Djindjic fu ostacolato in ogni modo – da forze politiche, istituzionali e servizi di sicurezza – nel suo tentativo di garantire al Paese solide fondamenta democratiche e di ripulire le istituzioni da corruzione e criminalità. Questo sistema aveva però radici ben salde anche nella nuova Serbia post-Milosevic. Nonostante ciò il premier serbo continuò sulla strada delle riforme e dichiarò che il 2002 sarebbe stato l’anno della lotta alla criminalità organizzata. Già a luglio dello stesso anno venne preparata dal governo la legge riguardante la lotta al crimine organizzato, la quale però incontrò una forte ostruzione in parlamento e fu approvata solo nel dicembre del 2002, appena in tempo per concedere lo status di collaboratore di giustizia a Ljubisa Buha ‘Cume’, businessmen a capo del clan di Surcin. ‘Cume’ era entrato in contrasto con le teste del clan di Zemun ed era pronto a collaborare con le forze dell’ordine, anche per evitare di essere eliminato.

Dopo essere già scampato ad un primo attentato, il 12 marzo 2003 alle 12.25 Zoran Djindjic venne ucciso davanti alla sede del governo. La pallottola che uccise il premier colpì anche il tentativo di democratizzazione delle Serbia. L’attentato fu preparato ed eseguito dai membri del clan di Zemun, dall’ufficiale della JSO Zvezdan Jovanovic e da Milorad Ulemek ‘Legija’. Fu proprio Jovanovic, che con gli affari illeciti del clan non aveva nulla a che fare, a uccidere il premier serbo.

Al funerale di Zoran Djindjic furono presenti più di 100.000 persone che diedero vita alla più grande dimostrazione di unità del popolo serbo per la democrazia dopo la manifestazione del 5 ottobre.
Poche ore dopo l’attentato il governo mise in moto la più grande operazione di polizia che la Serbia avesse mai conosciuto e venne proclamato lo stato di emergenza nazionale. Tramite l’operazione Sablja (Sciabola) si arrivò quasi immediatamente alla conclusione che gli esecutori dell’attentato fossero gli esponenti del clan di Zemun e alcuni membri legati alla JSO. L’operazione portò all’arresto di circa 10.000 persone sospettate di avere legami con il clan di Zemun. In breve tempo si arrivò all’uccisione di Dusan Spasojevic ‘Siptar’ e Mile Lukovic ‘Kum’, all’arresto di Zvezdan Jovanovic e di quasi tutti i membri del clan di Zemun. Radomir Ulemek ‘Legija’ fu latitante fino alla sera del 2 maggio 2004, quando si consegnò spontaneamente alle forze di polizia. Dietro alla spiegazione ufficiale però – quella secondo cui questi criminali abbiano fatto fuori Djindjic perché rappresentava la più grande minaccia per i propri affari e la propria libertà – rimangono ancora moltissimi dubbi da sciogliere.

Il governo in carica sostenne che l’obiettivo del clan di Zemun fosse quello di destabilizzare il Paese per fare in modo che la JSO potesse entrare in gioco e prendere il controllo delle istituzioni statali. Il governo dunque sosteneva che l’obiettivo dell’omicidio fosse un attacco diretto allo Stato. A tal proposito, il profitto criminale non può essere l’unica motivazione di un atto così rischioso e drammatico nei confronti della più alta carica dello Stato e l’assassinio del premier ha in ogni caso mostrato la capacità del crimine organizzato di colpire e condizionare il processo di transizione verso la democrazia. Ci si chiede dunque se ci possano essere stati dei mandanti politici che abbiano commissionato l’omicidio.

La morte di Djindjic segnò un punto di svolta nel contrasto alla criminalità organizzata da parte delle Stato. Nuove leggi furono emanate, sino ad arrivare, più recentemente, anche all’introduzione di un provvedimento legislativo riguardante la confisca di proprietà derivanti da attività criminali. Questa legge, approvata nel 2009, è stata studiata in collaborazione con gli organi antimafia italiani ed è stata successivamente modificata nel 2013.

La lotta alla criminalità organizzata in Serbia, nonostante l’introduzione delle nuove leggi di contrasto è solo agli inizi e deve tener conto dell’evoluzione del fenomeno, che dopo la morte di Arkan e lo smantellamento del clan di Zemun ha cambiato pelle.

Di particolare interesse è il caso del narcotrafficante Darko Saric, un nuovo tipo di criminale attivo nei Balcani e con molta meno risonanza mediatica dei suoi predecessori, almeno fino al momento del suo arresto avvenuto nel 2013. L’organizzazione criminale da lui guidata rappresentò un nuovo modello e fu di un livello superiore rispetto alle precedenti, sia per quanto riguarda i guadagni sia per quanto riguarda la struttura organizzativa. Questo gruppo criminale puntava a non dare nell’occhio, non si macchiava di crimini feroci e rumorosi, ma reinvestiva i capitali accumulati in maniera illecita in compagnie e aziende tramite le quali riciclare il denaro sporco, arrivando ad accumulare quantità impressionanti di denaro. Il gruppo guidato da Saric fu uno dei principali fornitori di cocaina in Europa occidentale e fu coinvolto in traffici transfrontalieri, rifornendosi di cocaina in Sud America col fine di distribuirla in Europa occidentale con la collaborazione della ‘ndrangheta.

Proprio nell’esposizione mediatica sta la differenza con il periodo dominato dagli Arkan e dai Legija, celebrati anche dalla stampa per le loro qualità di leader e per il loro valore ‘’patriottico’’. Le loro attività criminali erano sotto gli occhi di tutti, ma a loro tutto era concesso, almeno fino all’azione di Djindjic. Anche la società è stata a lungo permeata – e in parte lo è ancora – da una sorta di culto di questi anti-eroi, nato dallo stravolgimento delle condizioni socio-economiche del Paese e alimentato dall’esasperazione nazionalista. Il crollo del regime socialista jugoslavo ha portato con sé una tremenda crisi di valori e la generazione dei giovani travolti dagli avvenimenti della fine del secolo scorso è ora attesa alla prova di maturità.

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