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Sciascia. Lo scrittore, l’articolo, la polemica. Parte seconda

“Quaquaraquà”. È questa la prima reazione forte all’articolo di Leonardo Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”. La scintilla che innesca la miccia della polemica predisposta dallo scrittore siciliano il 10 gennaio 1987.

A scrivere quella parola, quell’appellativo rivolto a Sciascia è Francesco Petruzzella, uno dei fondatori dell’allora attivo coordinamento Antimafia di Palermo. Una reazione a caldo ad un articolo scottante.
Tra l’altro una definizione tratta proprio dalla classificazione antropologica fatta del capomafia don Mariano, coprotagonista del romanzo “Il giorno della civetta”, che distingue la gente in “uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà”. E così si definisce lo scrittore di Racalmuto, al pari di uno relegato ai margini della società civile, di una nullità.

Certamente questo epitaffio, contenuto in un comunicato arrivato solo due giorni dopo il celebre articolo, una volta che questo viene ripreso anche dal Giornale di Sicilia con il titolo in prima pagina “Sciascia accusa: l’Antimafia serve pure a fare carriera”, è la nota di risposta al primo “la” dato dallo scrittore. Una nota molto forte, forse persino rabbiosa, ma giustificata dalla sferzata inflitta ad una generazione cresciuta fra morte, funerali e terrore e che cercava allora, finalmente e con fatica di alzare la testa.
Da qui si innesca la polemica, ripresa a scadenze semi-regolari negli anniversari dell’articolo stesso. Era lunedì 12 gennaio 1987.

Il comunicato del Coordinamento suscita la reazione di Sciascia che, in un articolo sul Corriere del 14 gennaio, scrive che “Il comunicato del cosiddetto Coordinamento antimafia è la dimostrazione esatta che sulla lotta alla mafia va fondandosi o si è addirittura fondato un potere che non consente dubbio, dissenso, critica”; definendo poi lo stesso Coordinamento come “frangia fanatica e stupida di quel costituendo o costituito potere”.
Inoltre, in questo stesso articolo, Sciascia riprende la sua posizione su Borsellino, affermando d non mettere in discussione la sua competenza, ma “le modalità della sua nomina che mi sono apparse e mi appaiono preoccupanti” (questo discorso sarà poi ulteriormente chiarito nel libro “A futura memoria”, in cui Sciascia scrive che il CSM, nel caso di Borsellino, si era sottratto alla regola vigente senza però stabilirne un’altra. “Adottando un criterio per promuovere Borsellino e tornando invece alla vecchia regola per non promuovere Falcone, ecco il nodo che presto o tardi sarebbe venuto al pettine. La situazione di oggi, insomma, non l’ho inventata io con quel mio articolo sul ‘Corriere’: c’era, e non poteva che esplodere”).

Ma in tutto questo, il Giornale di Sicilia, per un “supporto” a Sciascia, pubblica i nomi dei membri del Coordinamento, in un articolo dal titolo “Chi sono gli accusatori: una tessera rossa con la piovra nera”.
Questo è un colpo terribile per chi, circa 300 persone di diversa provenienza, professione ed estrazione sociale, andando in giro per le scuole a parlare di mafia e incontrando magistrati, cerca di non sprofondare nella “palude” della Palermo dell’epoca. Pochi, soli, impauriti. Gli intellettuali che cercano di capire le ragioni del Coordinamento sono pochi (tra cui Corrado Stajano, Nando dalla Chiesa, Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa, Stefano Rodotà, Franco Rositi). I soci del Coordinamento si dividono.

Negli anni ’90 e 2000, carsicamente, la questione ritorna. Ma è nel 2007 che la polemica scoppia nuovamente, quando Pierluigi Battista, in un articolo, sempre sul Corriere, del 2 gennaio, propone di “chiedere scusa a Sciascia”. A lui risponde Nando dalla Chiesa sull’Unità, il 4 gennaio, ricordando dapprima il discorso di Borsellino del 25 giugno del ’92 al dibattito organizzato dalla rivista “Micromega” alla biblioteca comunale di Palermo; quindi ricordando la situazione tragica e soffocante della Palermo di quegli anni, tra paura, omertà, omicidi e polemiche contro i magistrati che si movevano nella difficile lotta alla mafia.
“Altro che «il vuoto» intorno a Sciascia, come afferma Battista. Pochi e con poco potere contro un intero sistema. Chi era anticonformista?”, afferma dalla Chiesa nell’articolo. “No, il problema non furono gli «sciasciani di borgata» (come dice e disse Leoluca Orlando, comprensibilmente preoccupato di riconoscere la grandezza intellettuale dell’interlocutore). Il problema furono gli sciasciani di palaz¬zo, e che Palazzo. A loro, a chi diede loro un aiuto insperato, è difficile oggi chiedere scusa. Sia chiaro: viene ben da pensare ogni tanto, vedendo certi esempi di retorica antimafiosa, che Sciascia avesse una qualche ragione. Ma non vi è certo bisogno delle analisi di Sciascia per provare fastidio per la retorica in generale.”

Infine, un paio di mesi fa, ad inizio gennaio, è Felice Cavallaro, ancora sul Corriere, a recuperare l’ormai pluri-decennale richiamo a Sciascia, con l’articolo “La profezia avverata di Sciascia sui professionisti dell’antimafia.”; ricordando come l’anno appena concluso è stato segnato dalla caduta di alcuni “miti”, personaggi “simbolo” della lotta alla criminalità, finiti sotto processo. “Profetica lungimiranza” è definita quella dello scrittore di Racalmuto, capace di leggere decenni prima problematiche successive. E da questo articolo ne è derivata l’iniziativa promossa da Stampo Antimafioso e Wikimafia il 20 gennaio scorso, dal titolo “Sciascia aveva ragione?”.
Qui tanto Nando dalla Chiesa, quanto Attilio Bolzoni prendono le distanze dal termine utilizzato da Petruzzella per definire Sciascia; sebbene rimangono tuttora concordi che lo scrittore ebbe le sue colpe.

In ogni caso, come riportava lo stesso Petruzzella in un articolo su Repubblica di Bolzoni del 7 gennaio 2007, intitolato “Sono stato io a chiamare Sciascia un quaquaraquà”, è chiaro che “quell’articolo ha rappresentato uno spartiacque nella vicenda palermitana. Mentre noi cercavamo di ribellarci allo strapotere della mafia e andavamo in piazza a gridare ‘Palermo è nostra e non di Cosa Nostra’, gli intellettuali siciliani se ne stavano in silenzio, non si schieravano, facevano finta di non vedere e di non sentire in una città dove era impossibile non vedere e non sentire. Poi Sciascia addirittura parlò dei rischi dell’antimafia, non dei rischi della mafia. (…) Sì è vero, certuni hanno fatto carriera con l’antimafia. Ma allora – insisto sulla Palermo di allora – di quella riflessione non ne avevamo bisogno. Al contrario avremmo avuto bisogno di un sostegno, di una solidarietà da parte di intellettuali come Sciascia che non è mai arrivata”.

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