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Il vero pericolo a Corvetto è la mancanza di memoria mafiosa

La politica urbana nei grandi comuni a lungo ha puntato la lente d’ingrandimento in direzione del centro, locus economico e vitale che attrae per natura voti, personalità ed eventi, fulcro del potere decisionale che tutto organizza e intorno al quale tutta la città gira come ingranaggi meccanici. La direzione degli ultimi anni è cambiata sviluppando un trend che ha virato nel tempo verso la periferia, lentamente ma sempre con più vigore abbracciando destra e sinistra. L’interesse è aumentato certamente con lo scostamento del velo di Maya che per tanto, troppo tempo ha negato l’esistenza della presenza mafiosa nelle grandi città ed ha aperto gli occhi sui quartieri più critici.

Tra questi ultimi, a Milano c’è il Corvetto, una zona periferica che negli anni è divenuto un fortino storico per i traffici mafiosi, un centro strategico per gli affari con la possibilità di creare joint-venture tra organizzazioni diverse.

La scelta delle organizzazioni mafiose, in particolare di Cosa nostra, di stabilire nel Corvetto una zona strategicamente proficua per i loro interessi avvenne per diverse ragioni. Anzitutto, influì la vicinanza del quartiere alle località dove furono inviati i boss al confino a seguito della legge sul soggiorno obbligato. A questo aspetto si accompagnarono il fatto che il Corvetto nacque come insediamento abitativo per i lavoratori migrati dal Sud Italia alla ricerca di una residenza nei pressi delle strutture industriali e il repentino sviluppo della zona da periferia estrema a centro nevralgico grazie ad alcuni importanti fattori: l’apertura dello svincolo autostradale che collegava il Nord con il Sud; lo sviluppo della stazione ferroviaria di Rogoredo e dell’aeroporto di Linate situato a pochi chilometri. La conformazione delle case popolari, una rete molto ampia di cortili collegati tra loro come in un piccolo paese rurale, aggiunta al mosaico culturale proveniente dal Mezzogiorno, furono elementi privilegiati per la scelta del Corvetto come nascondiglio per i boss latitanti e per gli affari tra cosche e addirittura organizzazioni diverse, sin dagli anni Sessanta. Nei decenni successivi, le grandi opportunità economiche hanno portato alla presenza nella zona di Corvetto di famiglie preminenti come i Mangano e di personalità di primissimo piano come Luciano Liggio e Tanino Fidanzati, il capomandamento dei due mondi, l’inventore dello baratto eroina-cocaina con il Sud America nonché il ricercato n.1 dall’FBI per un decennio.

Oltre le infiltrazioni mafiose, il quartiere è stato interessato anche da due importanti operazioni che hanno segnato la lotta alla criminalità organizzata a Milano. Sono l’operazione Ortomercato del 2009 e l’operazione Pavone del 2014. In entrambi i casi le indagini hanno rivelato un accordo tra diverse organizzazioni mafiose.

L’operazione Ortomercato ha scoperchiato un accordo dai profitti altissimi tra Salvatore Morabito, uomo di ‘ndrangheta, e Giuseppe Porto, esponente di fiducia dei Mangano e di Cosa nostra nel Sud di Milano, con lo scopo di concretizzare la scalata al controllo del più grande mercato di tutto il Nord Italia. La movimentazione di capitali in questione è stata tra le più consistenti avvenute a Milano, ma ancor più grave fu l’utilizzo della struttura come un fortino insospettabile per le autorità. I dati di cronaca che più simboleggiavano il potere del boss calabrese a Milano furono la creazione del night club “For a King” nel pieno centro operativo di So.Ge.Mi, la società che gestisce i mercati agroalimentari all’ingrosso di tutta la città, e l’ingresso quotidiano ai cancelli dell’Ortomercato a bordo di una fiammante Ferrari, tutti evidenti segni di spavalda sicurezza. Tutto ciò grazie all’appoggio dei consorzi logistici che facevano a capo della famiglia Mangano, in particolare grazie all’attività di Pino Porto, uomo di raccordo tra i siciliani e i clan calabresi di Africo. La stazione di rifornimento di Piazzale Corvetto fu a lungo il luogo di ritrovo tra i personaggi malavitosi al centro del business milionario legato alla vendita di sostanze stupefacenti che transitavano sui alcuni bilici diretti e in partenza dall’Ortomercato.

Per quanto riguarda l’operazione Pavone i protagonisti criminali furono esponenti della Camorra e della ‘ndrangheta interessati al riciclaggio del denaro proveniente da un grande affare di narcotraffico che ha abbracciato il Mediterraneo dal Marocco fino a Quarto Oggiaro per poi inserirsi in tutta Europa. La sede di riciclo era situata in una filiale bancaria proprio in Piazzale Corvetto, vicino alla stazione di rifornimento. La complice era una direttrice che, in cambio del superamento delle norme di antiriciclaggio indispensabile per poter muovere grandi somme di denaro, faceva affidamento sul metodo mafioso per il recupero crediti. Le indagini concluse nel 2014 hanno portato alla luce una rete vastissima che comprendeva anche Guglielmo Fidanzati del mandamento di Cosa nostra dell’Arenella e Francesco Orazio Desiderato, esponente dell’omonimo clan della ’ndrangheta di Buccinasco.

Sul fulcro di Corvetto, dunque, si sono allungate le mani di clan potenti come i Morabito, i Mangano, i Nicchi, i Fidanzati e i Manno, eppure pochi degli abitanti di questa periferia conoscono questi nomi se non per sentito dire, troppo concentrati sugli episodi di microcriminalità, sulla povertà persistente e sui problemi legati all’immigrazione e ai clandestini. La mancanza di studi riguardo ai fenomeni mafiosi in questa periferia milanese non fa che indebolire la memoria sociale che invece dovrebbe essere più allenata e vigile per rendere in grado la cittadinanza di combattere le mafie e immunizzare le nuove generazioni, ovvero le future classi dirigenti, imprenditoriali, politiche ed operaie. Partendo dalle periferie più emarginate della città come Corvetto, è urgente impedire l’inquinamento dell’economia legale, ma soprattutto l’inquinamento culturale e sociale che espone le persone all’indifferenza e all’apatia riguardo a fenomeni criminali gravissimi combattendoli con la cultura, con la memoria e con l’impegno quotidiano perché la posta in gioco è altissima: è il futuro delle generazioni future.

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