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1990-1991: assestamento, transizione e mattanza mafiosa

Transizione. Assestamento. Nuovi fuochi bellici internazionali. Il biennio 1990-1991 viene ricordato soprattutto come il passaggio tra due epoche: dalla guerra fredda e dalla spartizione bipolare del mondo attuata dalle superpotenze in campo alla graduale erosione dell’Unione Sovietica e al successivo panorama politico globale. All’inizio del 1990 gli occhi sono puntati soprattutto sulla Germania, geograficamente il cuore dell’Europa, fino ad allora diviso. Dopo l’unione monetaria nel giugno, il 2 ottobre, a Berlino, si assiste alla cerimonia ufficiale per la riunificazione delle due Germanie e la proclamazione della Repubblica Federale Tedesca. Mentre l’Europa muta il suo assetto politico ed economico, approvando il 19 giugno la Convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen, in Sudafrica viene liberato dopo ventotto anni di carcere Nelson Mandela, che viene eletto vice presidente dell’African National Congress. Il processo di legalizzazione culmina nel febbraio 1991, quando il governo abolisce le ultime leggi razziali ancora in vigore, dichiarando conclusa la tragica esperienza dell’Apartheid.

In Medio Oriente, invece, il 2 agosto l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait scoppia la prima guerra del Golfo. Gli Stati Uniti, soltanto sei giorni dopo, replicano con l’operazione Desert Storm, che forma in seguito una coalizione composta da 35 nazioni sotto la guida dell’Onu. Le operazioni militari si concludono con la liberazione del Kuwait nel febbraio 1991. I mesi finali di questo anno sono caratterizzati dalle dichiarazioni di indipendenza delle ex Repubbliche sovietiche, che sanciscono la dissoluzione dell’Urss e la nascita della Comunità degli Stati Indipendenti. Il processo di dissoluzione dell’Unione Sovietica genera inevitabilmente ripercussioni anche nel sistema politico italiano. Il 10 marzo, al famoso congresso della Bolognina, il comitato centrale del PCI approva la mozione del segretario Achille Occhetto, per la nascita di un nuovo partito riformatore, che prende il nome di Partito Democratico della Sinistra. Inoltre, il 23 ottobre, l’Italia apprende dall’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, l’esistenza di un’organizzazione paramilitare clandestina italiana di tipo stay-behind. È promossa dalla NATO e organizzata dalla Central Intelligence Agency per contrastare una ipotetica invasione dell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica. Si chiama Organizzazione Gladio ed è ufficialmente sciolta il 27 novembre 1990.

Sempre nel 1990, due importanti sentenze riaccendono i riflettori sulla stagione del terrorismo italiano. Il 2 maggio si conclude il processo per l’omicidio di Luigi Calabresi, il Commissario di polizia e vicecapo dell’ufficio politico della Questura di Milano, considerato da Lotta Continua il responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, anarchico, caduto da una finestra della Questura il 15 dicembre 1969, dove era trattenuto per la bomba di piazza fontana, avvenuta tre giorni prima. Vengono condannati Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani (entrambi mandanti dell’assassinio) e Ovidio Bompressi (esecutore materiale dell’omicidio) a 22 anni di carcere; soltanto undici anni invece al pentito Leonardo Marino, che affiancò Bompressi nell’attentato. Il 18 luglio, invece, vengono assolti tutti gli imputati (Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco, Roberto Rinani e Paolo Signorelli) nel processo riguardante la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Il ricordo del terrorismo che riaffiora. Cosa nostra sempre più preoccupata del potenziale esito storico del maxiprocesso siciliano. La ‘ndrangheta che sfrutta il cono d’ombra, rafforzandosi e acquisendo maggiore potere, soprattutto nelle dinamiche criminali nei territori di non tradizionale insediamento. Il 30 gennaio 1990, lo studente pavese Cesare Casella, dopo oltre due anni di dura segregazione, viene liberato nella campagna in provincia di Reggio Calabria. Sequestro che, considerato il periodo in cui viene effettuato e il risultato economico scadente ottenuto dai sequestratori, non può che mettere in luce, nell’organizzazione mafiosa, la preminenza dell’esercizio del potere rispetto alla dimensione del profitto.

Lo Stato guarda altrove. Assiste quasi inerme alla mattanza mafiosa siciliana che prosegue senza sosta ormai da molti anni. Ad Agrigento lavora dal 1978 come sostituto procuratore un magistrato con la schiena dritta, nato nel lontano ottobre 1952 a Canicattì. Si chiama Rosario Livatino e viene soprannominato con disprezzo “giudice ragazzino” dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. “Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza!”, spiegava il “picconatore” Cossiga. Livatino, infatti, fin da subito si occupa delle più delicate indagini di mafia, e di quella che sarebbe poi passata alla storia come la “Tangentopoli siciliana”. Muore da giudice a latere e della speciale sezione misure di prevenzione del Tribunale di Agrigento, assassinato il 21 settembre 1990, all’età di 38 anni, lungo la strada statale Agrigento-Caltanissetta. Come il giudice Antonino Saetta, ucciso due anni prima insieme al figlio Stefano lungo la stessa statale. Le sentenze definitive affermano che Rosario Livatino viene ucciso dagli ‘stiddari’ “per lanciare un segnale di potenza militare verso Cosa nostra e per punire un magistrato severo ed imparziale”, capace di perseguire i clan mafiosi “impedendone l’attività criminale, laddove invece si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’ espansione della mafia”.

Cosa nostra e il maxiprocesso, un’ossessione continua. Per oltre un secolo la mafia gode di assoluta impunità, e ora trema nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone a Palermo. Una minaccia ulteriore è rappresentata da un altro magistrato, Antonino Scopelliti, calabrese. La sua è un’eccezionale carriera, che lo porta a essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. Si occupa di mafia e terrorismo, rappresentando la pubblica accusa nel primo processo Moro, in quello sulla strage di Piazza Fontana e della strage del Rapido 904. Per quest’ultimo procedimento, il magistrato calabrese richiede la conferma degli ergastoli inflitti a boss della mafia Pippo Calò e Guido Cercola, oltre all’annullamento delle assoluzioni di secondo grado. Ma il giudice Corrado Carnevale, soprannominato l’ammazzasentenze, rigetta la richiesta, assolvendo Pippo Calò e rinviando il procedimento a nuovo giudizio. Scopelliti viene ucciso il 9 agosto 1991, mentre è in vacanza in Calabria, in località Piale, raggiunto da due colpi alla testa esplosi in rapida successione. Secondo numerose testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia, confermate nel corso di un’udienza del processo “Meta” contro la ‘ndrangheta a Reggio Calabria dal pentito della cosca De Stefano, Antonino Fiume, è la Cupola di Cosa nostra a chiedere alla ‘ndrangheta di uccidere Scopelliti, magistrato che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra.

“La mafia uccide solo d’estate”. Siamo ancora nell’agosto 1991, quando un imprenditore palermitano d’adozione (nato a Catania) viene ucciso con quattro colpi di pistola mentre si reca a piedi al lavoro. «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui», scrive Libero Grassi in una lettera pubblicata il 10 gennaio 1991 sul Giornale di Sicilia soltanto la Confesercenti palermitana sostiene l’azione di Libero. Tutto intorno il silenzio. Il vuoto che avvolge lo stomaco di una persona onesta caduta nell’isolamento generale. Nemmeno l’invito alla trasmissione televisiva Samarcanda nell’aprile 1991 riesce a scuotere l’opinione pubblica. Libero Grassi muore da solo, di mattina, in una via di Palermo. Ma la solitudine lascia spazio alla condivisione. Di idee. Valori. E battaglie.

La pozza di sangue che sporca quella strada assume una forza disarmante soltanto tredici anni dopo, nel giugno 2004.

Ma questa è un’altra storia, che vi racconteremo.

 

 

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