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Il 1992 – parte I: la Sentenza, l’attentato e l’incognita sul futuro

La prima metà del 1992 è un periodo dalla “doppia faccia”.
Nel mondo, mentre in marzo il Sudafrica va verso la fine dell’Apartheid; in aprile l’Afghanistan è nuovamente sconvolto da una guerra civile, che termina nel 1996 con l’ascesa al potere dei Talebani. In Europa, invece, il 26 gennaio, il Presidente russo Eltsin e il suo omologo americano Bush dichiarano di interrompere la reciproca minaccia di avere armi nucleari puntate sulle proprie città e su quelle dei rispettivi alleati. Inoltre, il 7 febbraio, viene firmato a Maastricht, nei Paesi Bassi, il Trattato dell’Unione Europea (TUE), che entra in vigore il 1° gennaio 1993 e fissa le regole politiche e i parametri economici e sociali necessari per l’ingresso dei vari Stati nell’Unione. Ma mentre da un lato c’è un’Unione che prende forma pacificamente; dall’altro c’è una Federazione che si disgrega in maniera drammatica. Il 1992 è infatti un anno cruciale per la fine della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia. Dopo i distaccamenti di Slovenia e l’inizio del conflitto in Croazia l’anno precedente, ora la guerra si estende anche in Bosnia Erzegovina e in Serbia.

Anche in Italia in quell’anno si “combattono” diverse battaglie.

Il 17 febbraio l’ingegnere Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese, viene arrestato in flagrante mentre riceve una mazzetta da 7 milioni di Lire, dando il via a quella serie di inchieste denominate “Mani Pulite”. Sono gli stessi anni dello scandalo “Tangentopoli”, che vede molti esponenti del mondo della politica e dell’imprenditoria accusati di far parte di un sistema fraudolento di scambi di favori e denaro. L’impatto mediatico e lo sdegno della popolazione che seguono queste inchieste sono di tale portata che esse decretano di fatto la fine della cosiddetta “Prima Repubblica”.

Un paio di settimane prima, ossia il 30 gennaio alle 16.50, si scrive un importante tassello della storia della lotta alla mafia. Infatti, dopo dieci giorni di camera di consiglio, i giudici della sesta sezione penale della Corte di Cassazione pronunciano la sentenza del Maxiprocesso di Palermo. Questi, sulla base del “teorema Buscetta” (“Tutti gli omicidi di uomini d’onore vengono decisi dalla Commissione”), considerano definitivamente responsabili i membri della Cupola di Cosa nostra per ciò che riguarda gli omicidi più importanti, affermando dunque il principio della struttura verticistica di Cosa nostra. Inoltre, vengono confermate le condanne di primo grado e viene disposto un nuovo processo presso un’altra Corte di Appello per quanto riguarda i “delitti eccellenti”.

Tutto ciò viene reso possibile dall’assenza del giudice Corrado Carnevale, detto “l’Ammazza-sentenze” in quanto al centro di molti casi di annullamento delle sentenze d’Appello per fatti di mafia e di scarcerazione di importanti boss. La sua assenza è dovuta al nuovo meccanismo di rotazione delle sezioni in Corte di Cassazione introdotto dal presidente della Corte Antonio Brancaccio su sollecitazione del Ministro della Giustizia Claudio Martelli, a sua volta spinto dall’analisi sul ruolo di Carnevale fatta da Giovanni Falcone in qualità di direttore degli Affari Penali.

Grazie a queste innovazioni, il Maxiprocesso di Palermo assume un’importanza storica. Infatti, per la prima volta viene riconosciuta l’esistenza dell’organizzazione denominata Cosa nostra e, grazie all’accettazione del “teorema Buscetta”, si permette di non dover dimostrare ogni volta nei successivi processi per mafia il principio della responsabilità oggettiva della Cupola. Inoltre il Maxiprocesso pone definitivamente fine al mito dell’impunità della mafia, dando testimonianza concreta della presenza dello Stato.

Ma questa sentenza ovviamente non può non lasciare strascichi. Tra i mafiosi non ancora arrestati, alcuni si costituiscono; mentre la maggior parte si dà alla latitanza. E dai loro “luoghi sicuri” i boss della Cupola, Riina e Provenzano in testa, elaborano i piani e le strategie di risposta al Maxiprocesso.

I primi ad essere colpiti sono gli “amici”, rei di non aver fatto abbastanza per impedire che si cambiassero le regole e che la sentenza sia andata a conclusione con la conferma delle accuse. Salvo Lima, ex sindaco di Palermo ed europarlamentare della DC, esponente di primissimo piano e leader della “corrente andreottiana” in Sicilia, viene ucciso giovedì 12 marzo, di fronte alla sua villa in viale delle Palme a Mondello da due killer, Giovanbattista Ferrante e Francesco Onorato, del gruppo di fuoco della cosca di San Lorenzo. Lima è insieme a due amici: il professor Alfredo Li Vecchi e Nando Liggio, assessore provinciale al Patrimonio. I due sono risparmiati; mentre Lima, sfuggito alla prima scarica di colpi, è inseguito e freddato con un ultimo colpo alla nuca. Una perfetta esecuzione in stile mafioso perché il messaggio arrivi a chi di dovere, per far capire che i rapporti con i politici da sempre “vicini” sono mutati, che certi “sgarbi” si pagano caramente.

Sono poi colpiti i nemici, gli uomini dello Stato, e in particolare Giovanni Falcone, ritenuto colpevole di aver istruito il Maxiprocesso e di averlo portato a conclusione come direttore degli Affari Penali, nonché prossimo a diventare Procuratore Nazionale Antimafia e dunque ad estendere a livello nazionale le indagini su Cosa nostra. Si arriva così all’attentato del 23 maggio. Alle ore 17.58 circa 500kg di esplosivo fanno saltare in aria il tratto di autostrada A29 nei pressi dello svincolo di Capaci, nel territorio del Comune di Isola della Femmine, a pochi chilometri da Palermo. Vengono colpite le tre auto del Giudice e della scorta e perdono la vita, oltre a Falcone, anche la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di Polizia, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Sopravvivono invece gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza.

Negli stessi giorni della strage è in corso l’elezione del Presidente della Repubblica. La concitazione dell’attentato, la necessità di arrivare a una figura di compromesso tra le diverse forze politiche giocano a sfavore di Giulio Andreotti, fortemente accreditato come futuro Presidente, e portano all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro.

Sono momenti difficili per lo Stato e la società italiana. Ma, purtroppo, il 1992 in Sicilia non è giunto nemmeno alla sua metà.

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