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Un popolo meraviglioso. Il 23 maggio di Palermo

di Martina Greco

Ore 15.30, via D’Amelio. Una marea in fermento composta da ragazzi, bambini e insegnanti è in attesa che parta il corteo diretto all’Albero Falcone. C’è chi scalda la voce, chi sventola bandiere e chi porta palloncini, altri ancora sollevano al cielo striscioni: “Giù le mani dai bambini”, riporta uno, “le loro idee camminano sulle nostre gambe”, dice un altro. Ci sono scuole elementari, medie e superiori provenienti da tutta Italia. Sono presenti all’appello anche le università: “la mafia al nord è realtà, basta omertà”, questo lo striscione degli studenti dell’Università degli studi di Milano. Un gruppo di universitari, di 19 atenei italiani, giunge trafelato dalla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo dove, quella mattina, ha presentato, presso l’Aula Magna dell’Università, i propri progetti volti alla promozione di una cultura antimafia. C’è una grande eccitazione mista ad impazienza: sono passati 25 anni dal 23 maggio 1992, quando 500 kg di tritolo hanno spazzato via un pezzo di autostrada, all’altezza di Capaci, uccidendo Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. “Per non dimenticare”, recita un altro striscione.

Il corteo infine parte, guidato da una moto ape dalla quale risuonano le parole della canzone “i cento passi”, cantata a gran voce dai manifestanti. I balconi si popolano di persone. “Lenzuolo! Lenzuolo! Lenzuolo!”, questo l’invito che i ragazzi urlanti rivolgono ai palermitani rimasti a casa. “Scendi giù! Scendi giù! Manifesta anche tu!”. Ed ecco che compaiono le prime lenzuola bianche, insieme a qualche bandiera italiana, come a dire che l’Italia intera è a Palermo per ricordare le vittime delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Prima tappa del corteo: via Rutelli, nel punto in cui vennero uccisi il magistrato Cesare Terranova e il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso. Chi è in possesso di un megafono racconta brevemente la loro storia. La marcia continua. Per le strade riecheggiano i cori dei manifestanti che con forza urlano “Palermo è nostra e non di cosa nostra”. I balconi sono sempre più affollati di persone che accolgono il corteo salutando e applaudendo. Negli uffici si smette di lavorare e ci si accalca alle finestre sventolando fogli bianchi. E intanto i cori continuano: “lezione di vita, lezione di coraggio: questo, per noi, il 23 maggio”. I bambini delle scuole elementari si tengono per mano. Grandi e piccini marciano insieme invocando i nomi di Giovanni e Paolo. Ancora altre tappe: in via Paolo Di Blasi, all’altezza della targa che ricorda il commissario di polizia Boris Giuliano; in via Pipitone davanti al palazzo in cui viveva il magistrato Rocco Chinnici; in viale della Libertà, dove è caduto Piersanti Mattarella; in via Alfieri, nel punto in cui fu ucciso l’imprenditore Libero Grassi; infine in via Notarbartolo, all’Albero Falcone. I cortei partiti da via D’Amelio e dall’Aula Bunker si ricongiungono per attendere insieme le 17.58, orario in cui esplose il tritolo. Sul palco allestito per l’occasione si esibiscono degli artisti. Farsi strada tra la folla è impossibile, il numero di persone presenti è impressionante. Si assiste ad un’esplosione di gioia: la fiumana di manifestanti intona, insieme a Giuliano Sangiorgi, le parole “meraviglioso, ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso…”. Meraviglioso questo popolo, meravigliosa questa “terra geneticamente antimafiosa”, come qualcuno ha urlato dal palco, senza che si potesse distinguerne il volto tanta era la calca.

Seguono i saluti istituzionali del Presidente Grasso. Riecheggiano come un mantra i nomi delle vittime delle stragi di Capaci e di via D’Amelio: “Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone”, accolti da un fragoroso applauso, che le note del silenzio hanno solo parzialmente placato. E poi i ringraziamenti commossi di Maria Falcone, sorella di Giovanni, la cui voce è sovrastata dall’affetto tributatogli dalla marea di mani plaudenti.

L’inno nazionale cantato da tutti a gran voce chiude la manifestazione come un ultimo commosso abbraccio.

 

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