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Nel negozio di Tiberio Bentivoglio c’è sempre luce

di Giorgia Venturini

Non ha mai pensato di andarsene Tiberio Bentivoglio. Dalla sua Calabria, non è mai scappato. Neanche quando furti, incendi, intimidazioni spazzarono via gli affari di una vita. Neanche quando in città l’indifferenza di amici, parenti, consiglieri e parroci andava a braccetto con l’arroganza dei 416bis. Neanche quando la mano armata della ‘ndrangheta in quel 9 febbraio del 2011 gli scagliò contro una raffica di proiettili. Tiberio si salvò per miracolo, ma non se ne andò. Per la cosca reggina Tiberio meritava di morire perché aveva deciso di difendere la sua dignità e la sua libertà, proprio quelle che si perdono quando si scende a patti con la mafia, quando si inizia a pagare il pizzo. «Mai. È la cosa peggiore che possa fare un commerciante. Pagare il pizzo significherebbe diventare servi e accettare la sottomissione – ribadisce fin da subito Tiberio -. Loro chiedono soldi per chiarire al commerciante chi comanda: qualunque cosa tu faccia, qui in zona, mi devi togliere il cappello. È questo il messaggio che lancia la ‘ndrangheta».

La sua battaglia in nome di una libertà senza pizzo inizia nel 1992, anno in cui i sacrifici di Tiberio e di sua moglie Enza vengono ripagati con l’apertura della loro nuova attività: la sanitaria Sant’Elia nel centro di Reggio Calabria. I festeggiamenti durano poco. Il 10 luglio 1992 nel negozio entrano i ladri. É l’inizio della fine. É il primo atto intimidatorio. L’ultimo, il mese scorso: hanno fatto recapitare in negozio una busta con dei proiettili e una minaccia di morte scritta in dialetto calabrese. «La prima ad aver aperto la busta è stata mia moglie. Gridò – racconta Tiberio -. Accorsero immediatamente i poliziotti e i soldati dell’esercito che ogni giorno ci proteggono. Fu un colpo per tutti. Come tutte le volte, dopotutto. Era da più di un anno che non ricevevamo intimidazioni».

Spetta a sentenze e ordinanze delineare l’identikit dei colpevoli. È il 2003 quando alla famiglia Bentivoglio vengono forniti i primi nomi e cognomi: stando a quanto emerse dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere, a seguito dell’operazione “Eremo” del 2003, sarebbero Gianfranco e Sebastiano Musarella, fratelli gemelli di 27 anni, gli autori materiali di alcuni atti intimidatori, nonché la squadra operativa della cosca che gestiva il “locale” di San Giovannello e “soldati” della cosca egemone nel territorio di Condera, il quartiere di Tiberio. Nell’aprile 2011 la svolta. I carabinieri del comando provinciale, su ordinanza disposta dalla Dda del procuratore Giuseppe Pignatone, eseguono un fermo a Santo Crucitti, capo della cosca di Pietrasanta e del quartiere di Condera, a nord est di Reggio. Nelle cento pagine del fermo dell’operazione “Raccordo” emerse un quadro ancora più inquietante: la cappa mafiosa condizionava anche le azioni del parroco della fazione di Condera, don Nuccio Cannizzaro, che risultava essere intervenuto di persona per abolire l’associazione culturale “Harmos”. L’associazione culturale proprio di Tiberio Bentivoglio.

C’è una mano amica nella storia della famiglia Bentivoglio. Libera. Oggi grazie all’aiuto di Don Luigi Ciotti e dell’allora referente regionale, Domenico Nasone, Tiberio è riuscito ad aprire un nuovo negozio in un bene confiscato. Nel centro storico di Reggio Calabria. «Nessuno comprava più. Inoltre le banche richiedevano il risarcimento dei debiti contratti dopo furti ed incendi e i fornitori continuavano a fornirci merci ma senza agevolazioni. Il nostro, oggi, è il primo negozio al dettaglio che si trova in un bene confiscato», precisa Tiberio. Un bene che, tuttavia, necessitava di qualche lavoro di ristrutturazione. Tiberio non ha dubbi, chiede l’aiuto dell’architetto Rosa Quattrone. La sua è una storia nella storia. «Mi sono avvicinata a Tiberio dopo che la ‘ndrangheta ha cercato di ucciderlo. É come se avessi rivissuto la storia della mia famiglia – racconta Rosa -. Senza nessuna esitazione ho aiutato Tiberio nei lavori. Non volevo che si sentisse solo». Rosa è figlia di Demetrio Quattrone, l’ingegnere ucciso il 28 settembre del 1991 in una stradina buia della frazione Villa San Giuseppe da un commando mafioso. Demetrio, allora funzionario dell’Ispettorato del Lavoro, svolgeva “scomode” perizie per conto della Procura di Palmi indagando sui reati mafiosi nella Piana di Gioia Tauro. E ancora a distanza di anni non c’è né verità né giustizia.

Oggi, Tiberio gira l’Italia. Incontra ragazzi, studenti, cittadini. Racconta la sua storia da uomo colpito. Colpito, come il titolo del suo libro. Un libro scritto insieme alla giornalista calabrese, recentemente scomparsa, Daniela Pellicanò e che fa paura agli editori. Troppa paura per poterlo pubblicare. Tiberio allora decide di fare da sé: stampa di tasca propria centinaia di copie che distribuisce per tutta l’Italia. Perché sì, forse lui sarà stato anche colpito, ma non è mai caduto. Il suo negozio è sempre là. Al civico 43 di corso Vittorio Emanuele a Reggio Calabria. La saracinesca non è mai abbassata. Neanche di notte. Nel suo negozio c’è sempre luce.

 

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