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Il 1992 – parte II: i 57 giorni prima di via D’Amelio

La strage di Capaci – riuscita – volta ad uccidere Giovanni Falcone il 23 maggio 1992, è uno spartiacque importante nella storia italiana. A seguito dell’attentato, infatti, si svolgono e sviluppano numerosi fatti, vicende e misteri. Il primo, il 25 maggio successivo, è l’elezione inaspettata a nono Presidente della Repubblica Italiana di Oscar Luigi Scalfaro, ex magistrato e politico della Democrazia Cristiana, al sedicesimo scrutinio e con un appoggio trasversale delle forze politiche di allora. Un’evidente scelta di compromesso, dovuta alla gravissima situazione siciliana e ai suoi intrecci economico-politici.

Questo è il primo fatto del periodo lungo 57 giorni che separa la strage di Capaci da quella di via D’Amelio.

Nel frattempo, nel mondo, il 30 maggio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite redige la risoluzione 757 che impone sanzioni economiche contro la Jugoslavia, nel tentativo di porre fine ai suoi attacchi contro la Bosnia ed Erzegovina.

In seguito, il 16 giugno, viene firmato un accordo di “intesa comune” sulla riduzione delle armi, codificato come START II, tra il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush e il Presidente russo Boris Eltsin; mentre tra il 6 e l’8 luglio a Monaco di Baviera si tiene un incontro del G7, che precede di poco la dichiarazione d’indipendenza della Slovacchia da parte del Consiglio Nazionale Slovacco, avvenuta il 17 luglio, segnando la dissoluzione della Cecoslovacchia.

Parlando poi di fatti di mafia internazionali, il 23 giugno, John Gotti, boss e capo della famiglia Gambino di New York, è arrestato con le accuse di ricatto, pluri-omicidio, intralcio alla giustizia, furto, istigazione a commettere omicidio, gioco d’azzardo illegale, estorsione, evasione fiscale, usura ed altri crimini, per i quali fu condannato all’ergastolo, morendo 10 anni dopo.

Ritornando in Italia, si arriva al 19 luglio, giorno della strage di via D’Amelio in cui persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e la sua scorta.

Proprio Borsellino, dopo la morte di Giovanni Falcone, si getta a capofitto nelle indagini per scoprire la verità su Capaci.

Inoltre, alle voci insistenti di una sua nomina a Procuratore Nazionale Antimafia, proprio al posto dell’amico e collega, segue una proposta ufficiale degli allora ministri dell’Interno e della Giustizia, Vincenzo Scotti e Claudio Martelli; i quali annunciarono che avrebbero chiesto al Consiglio Superiore della Magistratura di riaprire il concorso per permettere a Borsellino di partecipare, nonostante il noto e già espresso rifiuto del magistrato (che scrive anche una lettera ai ministri in cui afferma che “la scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento“).

L’ultima “uscita pubblica” si ha la sera del 25 giugno, quando la rivista Micromega organizza a Palermo, nell’atrio della settecentesca Biblioteca comunale, la presentazione di un fascicolo interamente dedicato al fenomeno mafioso, alla presenza del sindaco Leoluca Orlando, di Tano Grasso, di Pina Maisano Grassi, di Nando dalla Chiesa e di Alfredo Galasso.

Già quella sera, Paolo Borsellino è consapevole del suo destino.

Nel 1993, durante un colloquio con la giornalista del Tg2 Rita Mattei, padre Cesare Rattoballi, confessore di Borsellino, riferisce che il giudice gli confida di essere stato informato dell’arrivo, a Palermo, del tritolo che lo avrebbe annientato.

“Un giorno nel suo studio a casa mi confidò che il Ros aveva scoperto che era arrivato il tritolo anche per lui. Gli chiesi: «Perché non te ne vai?». Mi rispose: «Prega per la mia famiglia». E mi disse anche che da un po’ di tempo guardava i suoi figli da lontano, li contemplava, non gli dava più carezze, «così li farò abituare alla mia assenza»”.

Un’informazione poi confermata anche da Antonino Caponnetto in un’intervista con Gianni Minà il 23 maggio 1996: “Borsellino sapeva di essere ormai nel mirino, soprattutto lo seppe negli ultimi giorni prima della sua morte … la certezza assoluta che il tritolo per lui era già arrivato a Palermo”.

Borsellino inizia, quindi, in quei giorni, ancor di più, una corsa contro il tempo per scoprire chi aveva ucciso Falcone, prima che uccidessero lui.

Ma se la morte di Giovanni Falcone è la cartina di tornasole per i dieci anni precedenti, quella di Paolo Borsellino è in un certo senso ancora più inquietante. È infatti una tragedia annunciata con chiarezza allucinante, un “uomo morto che cammina” lasciato camminare nell’indifferenza.

Tanto che lo stesso Caponnetto, nell’intervista citata con Minà, alla domanda di quest’ultimo se non si potesse fare nulla per evitare la morte di Borsellino, risponde: “Qualcosa si poteva fare. Qualcosa che Paolo aveva chiesto già da venti giorni alla questura. Una domanda rimasta inevasa: disporre la rimozione degli autoveicoli dalla zona antistante l’abitazione della madre. Io tutt’oggi sono incredulo su questo fatto.”

E di tutto ciò Paolo Borsellino è terribilmente consapevole.

“Andai a trovarlo in Procura alla vigilia della sua morte”, dice sempre padre Cesare, “e, dopo un lungo colloquio, mi disse: «Fermati, voglio confessarmi. Vedi, io mi preparo». Aveva un senso profondo di ciò che doveva accadere.

E avviene. Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si reca insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove vive sua madre.

16:58. una Fiat 126 imbottita di tritolo, parcheggiata sotto l’abitazione della madre, esplode non appena Borsellino suona il citofono. Insieme a lui muoiono cinque dei sei agenti della scorta: Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto è l’agente Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione parcheggiava uno dei veicoli della scorta.

Ai funerali privati, in quanto la famiglia rifiuta i funerali di Stato, tenutisi il 24 luglio, parteciparono oltre diecimila persone e pochi i politici presenti, tra cui il neo presidente della Repubblica Scalfaro, che pochi giorni prima aveva rischiato il linciaggio ai funerali degli agenti della scorta, il 21 luglio. La celebrazione si svolge nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, dove il giudice era solito sentir messa, quando poteva, nelle domeniche di festa. L’orazione funebre è pronunciata da Antonino Caponnetto.

Le indagini e le speculazioni successive evidenziano alcuni possibili moventi della strage. La prima legata al Maxiprocesso e alla sua sentenza definitiva, come per Giovanni Falcone. Il secondo riconducibile proprio all’attivismo giudiziario del magistrato nella ricerca della verità su Capaci. Il terzo rintracciabile nella contrarietà di Borsellino alla cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”. Esistono però altre ipotesi, come ad esempio quella che vuole Borsellino assassinato per evitare che prendesse il posto di Falcone alla Direzione Nazionale Antimafia. Oppure sono tutte motivazioni intersecate e indistricabili.

Ma il mondo e la storia non si fermano.

In Italia il 10 agosto viene approvato in via definitiva un pacchetto di misure contro la mafia consistente nell’invio in Sicilia di 7.000 uomini dell’esercito e nel trasferimento di oltre cento boss mafiosi nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara.

Tutto ciò mentre il 15 dicembre l’allora segretario del PSI Bettino Craxi riceve un avviso di garanzia da parte del “pool di Mani-pulite” per corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Nel mondo la seconda parte del 1992 vede l’inizio dei Giochi della XXV Olimpiade a Barcellona a fine luglio; mentre il 31 luglio l’ex Repubblica sovietica della Georgia diventa la 179° nazione delle Nazioni Unite.

A fine anno poi, precisamente il 3 novembre, il democratico Bill Clinton è eletto presidente degli Stati Uniti; mentre l’11 dicembre una carovana di pacifisti, in prevalenza italiani, entra a Sarajevo interrompendone l’assedio e dando una luce di speranza per il futuro di quella parte d’Europa.

Però, se il mondo e la storia non si fermano e non si fermeranno, forse, dopo 25 anni, possiamo fermarci noi, e pensare, per poi agire.

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