di Giorgia Venturini


Duro colpo alla ‘ndrangheta di Reggio Calabria. La squadra mobile ha eseguito 12 misure cautelari nei confronti di altrettanti affiliati alla cosca Serraino-Libri. L’accusa è di associazione mafiosa e, a vario titolo, di estorsione, intestazione fittizia di beni, danneggiamento, porto e detenzione illegale di armi da fuoco, corruzione per atti contrari ai doveri d´ufficio, illecita concorrenza con violenza o minaccia, incendio, tutti reati aggravati dal metodo mafioso.  

L’ATTIVITÁ CRIMINALE – Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, ha svelato le dinamiche criminali delle due cosche di ‘ndrangheta attive nel quartiere di San Sperato e nella frazione Gallina, nel comune di Cardeto in provincia di Reggio Calabria e in Gambarie d’Aspromonte: qui estorcevano denaro a imprenditori e commercianti ed erano titolari di bar e negozi di frutta e verdura, intestati a prestanomi, a cui si appoggiavano per riciclare il denaro proveniente da attività illecite. L’operazione, denominata ‘Pedigree’, ha portato anche alla perquisizione e al sequestro di alcuni esercizi commerciali.   

IL LEGAME CON LE ALTRE COSCHE – Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i Serraino erano in strettissimi rapporti con la cosca Labate, che controlla i quartieri di Gebbione e Sbarre, con quella dei De Stefano-Tegano e con uno storico esponente del clan di Archi, già in manette nell’ambito dell’operazione ‘Malefix’ del mese scorso: si servivano della amicizie per ricevere le forniture di acqua minerale per i loro bar, per ottenere l’autorizzazione preventiva ad aprire un locale in una zona sotto il controllo degli Stefano-Tegano, nel rispetto delle regole di ‘ndrangheta, e per ricevere aiuti sul recupero di macchinari necessari per l’apertura di altre attività.   

IL BOSS DAL CARCERE – A gestire il clan Serraino, stando a quanto riportato dalla polizia, era Maurizio Cortese, genero di un uomo di fiducia di Francesco Serraino, il ‘boss della montagna’, assassinato durante la seconda guerra di ‘ndrangheta. Cortese, già in carcere dal 2017, con gli anni aveva acquisito sempre più importanza all’interno della criminalità organizzata arrivando fino ai vertici della cosca Serraino. Seppur in carcere, sarebbe riuscito ad impartire ordini ai suoi fedelissimi: avrebbe gestito gli affari criminali attraverso i colloqui con la moglie e le comunicazioni epistolari con altri affiliati, oppure servendosi di cellulari introdotti abusivamente all’interno del penitenzierio per inviare messaggi criptati.

IL BAR MARY KATE – Emerge inoltre un particolare curioso. Su ordine di Cortese, sarebbe stato distrutto il bar Mary Kate in viale Calabria dell’affiliato Domenico Morabito con lo scopo di avvantaggiare Antonino Filocamo, altro esponente della cosca, anche lui con una attività sulla stessa via. Dalle indagini è emerso che Morabito avrebbe pagato Cortese per essere stato autorizzato ad aprile l’esercizio commerciale nella zona solitamente controllata dai Labate. Eppure il capo cosca, ritenendosi non soddisfatto, avrebbe preferito ampliare i suoi guadagni accettando offerte più vantaggiose da Filocamo. E così il bar venne incendiato la sera del 12 aprile 2019, per essere nuovamente danneggiato cinque giorni dopo l’inizio dei lavori di ristrutturazione.